Otto di centouno

Poesie di Cajo Valerio Catullo ... volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini, Pisa 1815 (frontespizio)

Ho finalmente sotto gli occhi, dalla Biblioteca Malatestiana per impagabile intercessione di Chaim, queste Poesie di Cajo Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoja, Pisa, con i caratteri dei fratelli Amoretti, MDCCCXV.

Dunque non era Giacomo, ma Tommaso Puccini (1749-1811), direttore delle Gallerie fiorentine, sovrintendente alle Belle Arti e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. L’edizione, postuma, è curata dal fratello Giuseppe Puccini e dedicata a Ferdinando III di Toscana.

Anche questo, come quelli dell’abate Pastore e dell’abate Rigord, è un Catullo “scelto e purgato”: e che purga! Puccini salva 80 carmi. Un primo livello di censura riguarda direttamente il testo latino (che Puccini riporta in calce), analogamente a quanto Giovanni Sega notava per l’edizione castigata di L. Portelli: per fare un solo esempio, il fellat del carme 59 diventa fallat. Sarebbe davvero interessante uno studio comparativo dei criteri censori: prendendo come specimen il carme 5, Pastore taglia, Rigord traspone, Puccini omette. Ma… mentre Puccini trova i basia di Catullo e Lesbia tanto scandalosi da doverli passare sotto silenzio, non ha difficoltà a parlare di “ano” traducendo il carme 23 (p. 38, v. 27 della traduzione), o di “orina” traducendo il carme 39 (p. 59, v. 28 della traduzione). Si tratta insomma di una censura sessuofobica sino alla paranoia ma serena di fronte ai riferimenti escretori e scatologici.

Ho già riportato (correggendomi) la traduzione pucciniana del carme 85. Continuo dunque ad accumulare materiali, rimandando a migliori occasioni un discorso articolato sull’analisi contrastiva di traduzioni. Per ora aggiungo un tassello al Progetto Centouno:

D’uno in un altro pelago,
d’uno in un altro regno
le tue lugubri esequie
a celebrar io vegno;

a te, o fratel, vo’ rendere
quest’ultimo tributo,
e invan la lingua sciogliere
col tuo cenere muto.

Poiché la sorte rigida
privar di te mi volse,
ahi come a torto, ahi misero
fratello, a me ti tolse!

Quei don, che già soleano
ai Mani offrir de’ suoi
i padri nostri, al tumulo
io gli offro, e ai Mani tuoi.

Non sdegnar questi accogliere
gravi del pianto mio:
addio, fratel, perpetua
abbiti pace, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Tommaso Puccini, in Poesie di Cajo Valerio Catullo, cit., pp. 210-211)

1 Commento

  1. Catalepton:

    In realtà sono già più di “Otto di centouno”…

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