Sardegna senza sconti

Dopo la “prima” a Nuoro, dove In Sardegna non c’è il mare è stato presentato da Cristiana Collu, direttrice del MAN, dopo la soirée a Cagliari con Michela Murgia (Paolo Lusci ha dato forfait all’ultimo momento), Marcello Fois non risparmia le energie, e si lancia sino al 20 luglio in una lunga serie di incontri con i lettori di tutta la Sardegna: Oristano Tempio Alghero Sassari Orosei Cala Gonone.
Marketing? Non solo. Fois non ha la puzza sotto il naso e non ama i lettori con la puzza sotto il naso, sa che promuoversi non vuol dire per forza prostituirsi, non si vergogna del rapporto con il “mercato” perché non teme, anzi cerca il rapporto con i suoi lettori.
Ma chi è Marcello Fois? Il suo biglietto da visita - le note di copertina - procede per omissione: se dieci anni fa diceva “nato a Nuoro nel 1960, vive e lavora a Bologna”, ora basta “nato a Nuoro nel 1960″.
Altri, che dalla Sardegna non se ne sono andati, si sentono in dovere di precisare imbarazzati che “hanno studiato a Roma e Madrid”, “vivono tra Londra e Bologna”, “vivono a Cagliari tra un viaggio e l’altro”… anche se li vedi ogni sera in piazzetta Savoia o al Libarium.
Beninteso: non è una caratteristica esclusiva dei sardi, e non è neanche cosa di cui ridere troppo; è solo la manifestazione di una distanza critica, di un “rifiuto” ancora irrisolto. Non è poi così diverso il caso opposto, quello che Fois ha chiamato “troglodita di genio”, che si è rifatto una biografia sardissima da “buon selvaggio”.
Ecco, la differenza è questa: Fois (che a Bologna ci vive davvero, da quasi trent’anni) quel “rifiuto” lo ha risolto, e non solo perché ormai torna sempre più spesso sul luogo del delitto, ma perché ha capito che non conta dove si abita ma dove si vive, che si può essere anche “sardi d’oltremare”. Da qualche parte (non chiedetemi dove) Fois ha dichiarato:
Non abito in Sardegna ma vivo in Sardegna, vivo il mio essere altrove come se fossi in Sardegna. Sono presente ai dibattiti, do sempre il mio apporto, ho deciso di non farne a meno. Invece ci sono persone che ci abitano ma non ci sono.
Così
tutto, tutto mi riporta a casa quando credo di esserne definitivamente partito.
(Marcello Fois, In Sardegna non c’è il mare. Viaggio nello specifico barbaricino, Laterza, Roma-Bari, 2008, p. 123)
Così, per usare ancora il suo lessico, dopo il “rifiuto”, dopo la “mimesi” è venuta la coscienza, l’accettazione:
l’accettazione è la fase dell’autodeterminazione: dalla diaspora ho imparato che si rimane sardi perché non si può scegliere dove si nasce.
(Marcello Fois, In Sardegna non c’è il mare, p. 70)
In Sardegna non c’è il mare mi è piaciuto anche perché può esser letto come “diario di viaggio” al contrario: il diario di un ritorno. Ma attenzione: non è il ritorno del figliol prodigo. È il ritorno di una voce che anche attraverso la distanza riesce a capire meglio.
Presentando quest’ultimo Fois, Michela Murgia ha trovato difficile collocarlo in un genere: “non è un saggio, non è un romanzo”. È imbarazzo ingenuo, opposto ma identico a quello che nel ‘93 spingeva Giuseppe Marci, presentando Falso gotico nuorese, a parlare di Fois come “scrittore di genere”.
Eppure Fois l’ha già ribadito chiaramente, che “un buon libro non ha genere” (lèggitelo, quel saggio Sul giallo italiano).
La definizione di “saggio” sta stretta a In Sardegna non c’è il mare. Certo, i lacerti della precedente scrittura saggistica e giornalistica danno molta materia al libro: ad esempio nella sezione dedicata agli scrittori sardi, che rifonde la tirata sui “cani sciolti” (da un articolo per Liberazione del 2005), la prefazione all’edizione Ilisso dell’Edera deleddiana (2005), due intensi articoli sul Giorno del giudizio (dall’Unità del 2002) e su Giuseppe Fiori (dal Corriere della sera).
E dico “rifonde”, non “giustappone”: si trattava dei “frammenti di un discorso interrotto”, a lungo ruminato, si trattava della costruzione pubblica di un discorso interiore che finalmente vede la luce in forma organica. Proprio alla genesi lunga e multiforme del libro si devono solidità e ricchezza di toni.
[Qualcosa di analogo avverrà, vedrai, per La pace bianca, che ha il suo embrione in Tamburini e una prima redazione come short story.]
Dunque il libro non è una raccolta di scritti occasionali accuratamente rifusi. Non lo è perché possiede una solidissima coerenza interna - e non data, come banalizzerebbe il solito Giuseppe Marci, dalla “sardità” dell’argomento o dei paesaggi.
Non voglio dire che “emerge un discorso”: quello emerge sempre, se non altro perché il lettore coopera, ci mette del suo. Voglio proprio dire che nell’architettura tripartita del libro c’è un discorso, un lucido disegno complessivo.
La presentazione editoriale lo vuole ossimorico, “tenero e crudele”. Il polo della “crudeltà” dovrebbe essere, se proprio vogliamo individuarlo, quello della scrittura critica; ma Fois a Cagliari ha limato quest’apparente asperità, insistendo sul senso di appello all’unità:
Appartenere a è una condizione di forza, non di debolezza. Il punto è che noi scrittori, noi politici, noi sardi, quanto più ci facciamo polverizzare, tanto più siamo deboli.
Parlerei allora non di “crudeltà” né di sarcasmo, ma di tensione morale, di critica onesta (e non “onesta critica”) da parte di uno scrittore onesto (e non un “onesto scrittore”, come Fois ama ribadire).
La “tenerezza”, quella sì che la vedo. È la tenerezza (non però “intimismo”) dell’approccio fortemente autobiografico. Qui tutto è filtrato attraverso il racconto autobiografico, spesso intimo (ma ribadisco: non confondiamo intimità e intimismo). A Cagliari Fois si è spiegato così:
Ho scritto in prima persona perché volevo dare un’idea precisa di trasmissione. Non a caso è un libro più “parlato” che “scritto”. Credo sia una storia all’ennesima potenza, una storia che suscita altre storie: le storie del lettore. Uno strano “libro-focolare”, dove ti devi sedere e fare i conti col racconto che viene fatto. Per questo motivo non ho fatto “saggi di letteratura”, ma ho cercato di spiegare in che modo la lettura degli scrittori sardi ha cambiato la mia esistenza.
E non vorrei lasciarmi andare alla banalità che “il Fois saggista non può dimenticare il Fois narratore”. Non vorrei, perché mi pare che dietro questo autobiografismo ci sia qualcosa di molto più importante: i frammenti, le istantanee di un’autobiografia sputata fuori per farne altro da sé. Per vedersi. Per capirsi fuor di retorica. Per pacificarsi con ciò che si è. Per condividere questa pacificazione. Per produrre altre autobiografie: “da cosa nasce cosa”.
Dirò insomma che si tratta di una storia che serve a (ri)costruire un discorso sulla Memoria; e siamo molto vicini al “racconto di memoria” che storici e antropologi usano come potente strumento di conoscenza. Dirò anzi che siamo molto vicini all’autobiografismo che antropologi come Giulio Angioni e Pietro Clemente sentono necessario addirittura nella loro scrittura scientifica. Dirò allora, affettuosamente, che In Sardegna non c’è il mare è fratello, nel metodo e nella sensibilità, delle Triglie di scoglio di Pietro Clemente.
Fois non è solo uno scrittore onesto: è anche un lettore onesto. Sono sicuro che ha ben presente i nomi che ho appena fatto. Me lo conferma il taglio che dà alla riflessione sull’identità. Mi dispiace dirlo, ma Michela Murgia ha avuto il torto di censurare questo tema solo perché “detesta la parola identità“. È vero: discorsi sull’”identità sarda” ne abbiamo sentiti troppi; ma è la loro ingenuità (ben sostenuta, a quanto pare, dalle istituzioni) a darci la nausea. Il discorso di Fois, invece, non è affatto ingenuo e merita grande attenzione.
Come non vedere che, sin dal titolo, sin dalla prima pagina il discorso sull’identità è il fulcro di In Sardegna non c’è il mare?
Certo, “identità” non come dato, ma come storia (personale e collettiva) della difficile, problematica coscienza di “ciò che si è”, del sempre frustrato “bisogno di precisione”, del faticoso superamento dell’”incapacità atavica di autodefinirsi” (p. 6); e “identità” sempre in fieri, sempre in discussione (non a caso il capitolo conclusivo si intitola “Non una conclusione”).
Certo, “identità” fuori dagli stereotipi, fuori dagli idola cassati nella pars destruens che non a caso, baconianamente, apre il libro.
Certo, “identità” mediata anche (soprattutto?) dal filtro tragico della letteratura, attraverso i “fantasmi dell’identità” che hanno tormentato Satta, Dessì, Fiori, Mannuzzu (e, nell’”autobiografia” di Fois, radici della sua identità come scrittore).
Certo, “identità” come complessità e non come opposizione, non come esclusione, al di là della distinzione tra “sardi sardi” e “sardi così così”, al di là della “faccenda più o meno retorica che esistano Sardegne vere e false, Sardegne di serie A e di serie B” (cito ancora parole di Fois a Cagliari).
E, beninteso, il tutto inteso come discorso universale, attualissimo, contemporaneamente identitario e cosmopolita, non rivolto ombelicalmente alla Sardegna (chi pensa che parlare del cortile di casa non significa parlare dell’Universo non ha capito nulla). Perché questo discorso invita
a quell’atteggiamento […] che ci fa portatori sani di una sardità ricca, in contatto col mondo.
(Marcello Fois, In Sardegna non c’è il mare, p. 102)
Non è tema nuovo per Fois:
Parlare delle realtà locali è un modo per conclamare un’identità utile che non chiude ma al contrario apre. Se invece l’identità diventa prigione, è meglio non averla.
(da un’intervista a Davide Berselli, 2002)
E quel che più mi preme, non è tema nuovo nemmeno per gli “intellettuali” sardi, a partire almeno da Michelangelo Pira. Ma non capisco perché questa prospettiva così limpida, così onesta, così produttiva non abbia mai attecchito nella vulgata e nella politica culturale sarda. Su questi temi - come, nel concreto, sulla “questione della lingua sarda” - Fois non è certo isolato: tra le voci che mi convincono di più cito almeno Benedetto Caltagirone, ma anche il Giulio Angioni di Pane e formaggio e altre cose di Sardegna (Zonza, Sestu, 2000: tutto, ma in particolare le pagine 111-135). Voci inascoltate. Si può sperare che almeno Fois riesca a fare da voce guida?
Scrittura Geografia Libri Recensioni inattuali Linguistica Razzismi 11 Luglio 2008, 00:05


1 Commento Aggiungi il tuo
1. catalepton | 20 Luglio 2008, h. 16:04
Una foto della presentazione di Cagliari sul blog di “Cagliari città leggibile”.
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