Qui legis hunc titulum mortalem te esse memento

La constatazione più grave e triste per qualunque sardo di buona volontà è che, dietro la questione Tuvixeddu, c’è il peccato capitale isolano: quello di non rendersi conto del patrimonio che si ha sotto gli occhi. Le comunità colonizzate da un capitalismo malinteso e da un malinteso affarismo, che ha radici nella bassissima considerazione di se stessi, spesso preferiscono il guadagno a breve termine al patrimonio a lungo termine. La necropoli punica di Tuvixeddu non è un patrimonio di Cagliari, è un patrimonio dell’umanità che la Storia ha affidato a Cagliari. Certo i padri punici hanno avuto il cattivo gusto di occupare aree appetitosamente edificabili, e questo secondo alcuni grossolani palati rende quel patrimonio di tutti poco più di una discarica. La corrente degli interessi può cercare di ridurre la bellezza e la ricchezza in bruttezza e povertà, ma non può certo negare quanto è assolutamente evidente: per molto tempo si è detto di tutelare un’area che non era affatto tutelata. Che ciò sia accaduto per malafede o, peggio, per incompetenza, poco importa al momento. Quel che conta è non arrendersi. Quel che conta è mettere in campo quell’orgoglio positivo che, troppo spesso folkloricamente, diciamo di voler affermare come sardi, come cittadini del mondo. È una storia di ordinaria superficialità, ma anche la metafora di un deficit di interesse che dipende da un deficit di autocoscienza, esattamente come capita per i discorsi sull’identità e sulla lingua. Tutti sono virtualmente orgogliosi, ma praticamente servi di logiche sostanzialmente economiche. Il paesaggio, il patrimonio archeologico, la natura, sono il nostro codice genetico, ma anche, paradossalmente, la più importante fonte di ricchezza che abbiamo a disposizione, quello che può apparire conveniente oggi diventerà la nostra rovina domani. In un mio romanzo questa sarebbe una storia di affarismo in cui pochi loschi individui tramano nell’ombra perché non venga alla luce un tesoro di tutti, facendo così in modo da preservare un tesoro per pochi. Ci sarebbero amministratori corrotti e avidi, accondiscendenti[,] sovrintendenti. Ci sarebbe un ambiente distratto e poco sensibile, ma, per quanto sia uno scrittore di gialli e gli scrittori di gialli, si sa, fanno galoppare la fantasia, non so se, nel mio ipotetico romanzo, ci sarebbe un eroe senza macchia e senza paura pronto a rischiare tutto per tutto perché trionfi la bellezza.
(Marcello Fois, “Sfoderiamo il nostro orgoglio per difendere quel tesoro”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 48. Fois mi piace molto da narratore, meno da giornalista: non si offenderà per lo “stiracchiato”)
Ed ecco il clou (dal mio punto di vista) dell’articolo di Francesco Erbani - che romanza un po’, forse ha visto solo qualche foto, ma coglie la sostanza:
Le tombe si possono vedere infilandosi fra un palazzo e l’altro e inerpicandosi carponi lungo un costone sul quale spunta ciò che resta del Villino Serra, una gentilissima costruzione ottocentesca, nel cui giardino sorge uno dei palazzoni che sovrasta le tombe. Molte sepolture sono dentro i ruderi del villino, camere mortuarie incassate nella grotta accanto a colombari. Le pareti sono tagliate in orizzontale e sul fondo è scavato l’alloggio per i corpi. Per terra una carcassa di motorino, una batteria di auto, i resti di un pasto. Fino a pochi anni fa dalle finestre del villino si vedeva lo stagno di Santa Gilla e poi il mare. Ora c’è una muraglia di case. Le tombe più antiche sono cavità a forma di rettangolo nella roccia. Bisogna camminare con attenzione fra orchidee selvatiche, piante di cappero e fichi d’india. Le sepolture scendono in verticale e poi in basso, orizzontalmente, si apre la camera mortuaria. Salendo lungo il dirupo se ne incontrano continuamente. Da qui sono stati recuperati - o rubati - monili preziosi e corredi funerari. Molte sono diventate bidoni di immondizia. Su viale Sant’Avendrace alcune tombe sono a un paio di metri da un cantiere. Qui dovrebbe sorgere il solito palazzo di sei piani che per sempre le nasconderà (ma i lavori sono bloccati) e che ha ricevuto tutte le autorizzazioni, sia dal Comune che dalla Soprintendenza, addirittura prima che il costruttore acquistasse l’area. Un’area originariamente di proprietà del Comune.
(Francesco Erbani, “La necropoli sepolta dal cemento”, Repubblica, 23 maggio 2008, p. 45: se ne sai poco, l’articolo va letto tutto; poi, prova a cercare “Tuvixeddu” su patrimoniosos.it, o a visitare il sito di Legambiente Sardegna - dal quale segnalo soprattutto la “Breve storia delle ricerche” [pdf])
Ora, quel villino, quel dirupo li conosco bene: sovrastano le mie finestre; e quell’itinerario l’ho già fatto, un anno fa, sulle tracce di Amélie. Promettevo un reportage, e dopo un anno mantengo la promessa.
È appena un frammento dell’irreparabile scempio di una necropoli enorme: dagli ettari di tombe puniche alla schiera di sepolcri romani lungo viale Sant’Avendrace. Ma vorrei evitare la retorica del “deplorevole abbandono”: l’abbandono è colpevole.
Cogli anche gli ossimori: ruderi e palazzi, tombe e case, antico (a strati) e moderno, città e campagna (giungla in mezzo alla metropoli, con una sontuosa colonia di gatti randagi); e prima o poi cercherò di documentare anche l’antitesi tra ricchezza e miseria che oppone “nuova” e “vecchia” Sant’Avendrace (alle pendici del colle resiste qualche lacerto delle antiche baracche).
Un clic sulle foto per ingrandirle.
Sono i ruderi del Villino Serra (al centro di questa Google Map), costruzione forse non “gentilissima”. Per arrivarci dal basso scavalca qualche cancellata, qualche muretto, e inèrpicati sul costone (non c’è bisogno di andar “carponi”). Ma ci puoi arrivare anche dall’alto: ascesi i gradini di vico II Sant’Avendrace, prendi a sinistra tra rottami e baracche di derelitti, e dopo alcune tombe ad arcosolio usate come immondezzaio arriverai al tetto di un’ala del villino: scendi per la ripida scala.
Ma riprendiamo il percorso “dal basso”. Penetrati nel rudere, ci si rende conto subito della lunga stratificazione abitativa, con generazioni di pitture murali (pregevoli gli strati inferiori) e di pavimenti: le ultime piastrelle risalgono a usi recentissimi. La scala interna è pericolante, come tutti i soffitti e i pavimenti del piano superiore. Attenzione a quella trave sospesa nel vuoto.
Il passaggio è ostruito da un crollo. Sotto lo scheletro della capriata, il silenzio è lugubre… eppure siamo a pochi metri dai megacondomini costruiti da Cadeddu.
Il Villino Serra si appoggia al costone roccioso, inglobando tutta una serie di ambienti funerari riadattati a cantine e cucine. Colombari e tombe ad arcosolio sono collegati tra loro sfondando le pareti, oggi sommersi di macerie, rifiuti, escrementi, graffiti. [A me pare evidente che un recupero dell’area archeologica debba prevedere anche questo “percorso a mezza costa”, con restauro del villino e documentazione del degrado.]
Poco oltre spicca, tra le dépendances del Villino, la cosiddetta “tomba di Rubellio”, introdotta da una scalinata semicircolare ancora intuibile (puoi leggerne una scheda curata da Antonello Fruttu sul sito del gruppo speleologico Specus).
L’epigrafe (I sec. d.C.), scolpita nella roccia all’interno di una tabella ansata e ancora perfettamente leggibile, è conclusa da un bell’esametro:
C(aius) Rubellius Clytius
Marciae L(uci) f(iliae) Helladi
Cassiae Sulpiciae C(ai) f(iliae) Crassillae
coniugibus carissimis
posterisque suis.
Qui legis hunc titulum mortalem
te esse memento.(CIL X 7697)
All’interno del sepolcro sono presenti loculi (anche con arcosoli) e nicchie da colombario, a dimostrare un utilizzo plurisecolare della tomba. Le allegre pitture murali e l’essenziale arredo moderno sono la prova che il riuso continua.
Scuola? Politica? Classics Mala tempora Tuvixeddu 4 Luglio 2008, 00:05
















1 Commento Aggiungi il tuo
1. catalepton | 5 Luglio 2008, h. 20:40
Qui, tra epigrammi e tombe, l’aria si fa sempre più funebre!
Ma su questo sto lavorando; e naturalmente il “reportage” alla buona e la tomba di Rubellio entreranno nel “percorso epigrafico-funerario”.
Penso anzi che partirò proprio da queste foto, in sequenza narrativa, come quest reale e metaforica.
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