La gatta di Riccio Cederni

Lorenzo Lotto (1480-1556), dettaglio dall'Annunciazione (1528)

Ancora sul gatto come pet:

Riccio Cederni fa un sogno, come è diventato ricco con gran tesoro; la mattina vegnente una gatta il battezza con lo sterco suo, ed è piú tapino che mai.

Se nella precedente novella ser Buonavere, per essere trascurato e non portare l’arte sua a cintola, come è d’usanza, perdeva e’ suoi guadagni, e visse povero, in questa seguente voglio mostrare come uno fiorentino in una notte divenne molto ricco e la mattina ritornò in poverissimo stato.
Dico adunque che in quelli tempi che ‘l conte di Virtú disfece messer Bernabò suo zio e signore di Melano, e nella città di Firenze di ciò molto parlandosi, avvenne per caso che uno, il quale avea nome Riccio Cederni, uomo assai di piacevole condigione, e avea briga mortale, e per quella andava sempre armato di panziera e di pianella; avendo udito un giorno molte parlanze di quanti danari e di quanti gioielli il conte rimanea signore, la sera, andandosi a letto e cavandosi la pianella, la mise su uno forziere sottosopra, acciò che del sudore quella si rasciugasse, e andandosi a letto e dormendo, cominciò a sognare, e fra l’altre cose sognò come egli era arrivato a Melano, e che messer Bernabò e ‘l conte di Virtú facendoli grandissimo onore, l’aveano condotto in uno de’ loro grandissimi palazzi, e là stato per alquanto spazio, come se fosse stato l’Imperadore, l’aveano posto a sedere in mezzo di loro, e quivi fatti venire grandissimi vasi d’oro e d’argento, pieni di ducati e di fiorini nuovi, gli aveano a lui donati; e oltre a questo, gli profferevono ogni loro terra; e quasi in sonno questo Riccio era diventato o leone o falcone pellegrino.
Di che essendo costui in questa sonnolenzia e addormentata gloria, avvicinandosi all’aurora, il detto Riccio si svegliò e quasi come uomo uscito di sé, perché per l’essere desto riconobbe da grandissimo stato e ricchezza ritornare alla sua povertà… grandissimo guaio si riconobbe… si cominciò a lagnare di cosí grandissima sventura, come era stata quella del tornare a Mongibello. E poi, cosí doglioso e quasi fuor di sé, si levò e vestissi per andare fuori. E andando con questa fantasia giú per la scala a gran pena, non sapea se dormía o se era desto.
Giugnendo all’uscio per uscir fuori, e cominciando a pensare su la ricchezza che gli parea avere perduta, e volendosi mettere la mano a grattare il capo, come spesso interviene a quelli che hanno malenconia, trovossi la cappellina in capo con la quale la notte avea dormito, e accozzando la smemoraggine con la malinconia, diede la volta indrieto, e subito ritornò alla camera e gittò la cappellina sul letto; subito andò al forziere, dove lasciato avea la pianella nel cappuccio e quella presa prestamente e messalasi in capo, su per le tempie e per le guance sentí colare in abbondanzia di molta puzzolente bruttura. E questo era che una gatta, la notte, di sterco avea ben fornito quella pianella. Sentendosi il detto Riccio cosí bene impiastrato, subito si trae la pianella, la quale avea molto rammorbidata la farsata, e chiama la fante, maladicendo la fortuna; e narrando il sogno suo, dicea:
- Oimè sventurato! quanta ricchezza e quanto bene io ho aúto istanotte in sogno, e ora mi truovo cosí infardato!
La fante, quasi smemorata, il volea lavare con l’acqua fredda; e ‘l Riccio comincia a gridare ch’ella accenda il fuoco e ch’ella metta del ranno a scaldare; ed ella cosí fece: e ‘l Riccio stette tanto a cervelliera scoperta quanto il ranno si penò a scaldare.
Come fu caldo, se n’andò in uno corticino, perché per una fogna la lavatura di quello fastidio avesse l’uscita, e quasi per ispazio di quattr’ore si penò a lavare il capo. Quando del capo e’ fu lavato, ma non sí che piú dí non gliene venisse fraore, disse alla fante che recasse la pianella; la quale era si fornita d’ogni parte che né elli, né ella ardivano a toccarla. Ed essendo una bigoncetta nella corte, prese partito d’empierla d’acqua; ed empiuta ch’ella fu, vi cacciò entro la pianella dicendo:
- Sta’ costí tanto che ben la vaglia -; ed egli si misse in capo il piú caldo cappuccio che avea, ma non sí che per non portare la pianella, per arrota non gli venisse il mal de’ denti, di che convenne stesse in casa piú dí; e la fante, che parea lavasse ventri, scuscendo la farsata e lavandola per ispazio di due dí.
Il Riccio si dolea, raccordandosi del ricco sogno, e in quello che gli era convertito, e del male de’ denti; infine, dopo molte novelle, e’ mandò per uno maestro che gli fece una farsata nuova, e scemato il duolo de’ denti, uscí di casa e andò al Canto de’ tre Mugghi, là dove stava a bottega, e là a molti si dolse e del caso e della fortuna sua; e compensato l’avere dell’oro della notte con la feccia della gatta, convenne che si desse pace.
Or cosí interviene spesso de’ sogni; ché sono molti uomeni e feminelle che ci danno tanta fede quanta si potesse dare a una cosa ben vera; e guarderannosi di non passare il dí per uno luogo dove aranno sognato avere disavventura. E l’una dice all’altra: «Io sognai che la serpe mi mordea» e s’ella romperà il dí un bicchiere, dirà: «Ecco la serpe di stanotte». L’altra avrà sognato d’affogare nell’acqua; caderà una lucerna e dirà: «Ecco il sogno mio di stanotte». L’altra sognerà d’essere caduta nel fuoco; combatterà il dí con la fante che non abbia ben fatto, e dirà: «Ecco il sogno di stanotte». E cosí si può interpretare il sogno del Riccio, che era fra oro e moneta, e la mattina si coperse di sterco di gatta.

(Franco Sacchetti [1332-1400], Il Trecentonovelle, novella CLXIV)

Perché dico pet? Dov’è qui “l’animale da compagnia col quale intrattenere un rapporto affettivo e non utilitario”? C’è, un po’ tra le righe: Riccio accetta la marachella notturna più o meno come l’accetteremmo da un gatto moderno, senza peraltro darne una giustificazione utilitaristica in termini di costi-benefici (qualcosa come “cosa si deve tollerare pur di liberarsi dai topi!”). Direi che anche il riferimento specifico a una gatta è marca affettiva (ma sarei felice che qualcuno mi contraddicesse su questo punto: sarebbe allora attestazione d’un uso al femminile analogo al logudorese sa gattu, sassarese la iatta).

A parte il suo ruolo di pet, in un momento imprecisato del Medioevo il gatto si è imposto come animale casalingo. Non sappiamo bene che roba fosse la feles, ma certo i Romani non se la tenevano in casa. La funzione domestica del gatto era però ricoperta dalla mustela. Ma anche la mustela era un pet più che una cacciatrice di topi, non diversamente dal furetto d’oggi: non è mus, secondo Bettini, l’etimo di mustela, ma musteus, “confetto nuziale”; e la stessa vox della mustela, drindrare, connotava una sfera affettiva analoga a quella che noi associamo al ron-ron del gatto.

Un po’ di bibliografia bettiniana sulla mustela:

  • Maurizio Bettini, Nascere. Storie di donne, donnole, madri ed eroi, Einaudi, Torino, 1998.
  • Maurizio Bettini, Come un confetto. Credenze sulla donnola e l’origine della parola mustela, in Le orecchie di Hermes. Studi di antropologia e letterature classiche, Einaudi, Torino, 2000, pp. 357-378.
  • Maurizio Bettini, The Origin of Latin Mustela, in “Glotta”, LXXVI, 2000, pp. 1-19.
  • Maurizio Bettini, Voci. Antropologia sonora del mondo antico, Einaudi, Torino, 2008, pp. 74-78.

Volusiana Classics Gatti 1 Luglio 2008, 00:10  



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