Afasia

Riprendiamo il discorso? Ma con gran pena.
Non è stanchezza, è un senso di inutilità e impotenza.
A quanto pare non sono il solo: ecco un Marco Revelli solo in apparenza retorico, che parla di razzismo e xenofobia ma in realtà parla di tutto, e ci ricorda che qualche voce si è levata “da fuori”
perché “da dentro”, quasi nulla. Qualche sussurro e nessun grido. Silenzio tombale da un’opposizione ridotta a ombra di se stessa, afona e supina nella rincorsa ossequiente di un attestato di responsabilità da parte di un governo d’irresponsabili. Silenzio anche dagli “intellettuali”: quelli che potrebbero avere ascolto, ma che proprio per questo si sono assuefatti a tacere sulle questioni di fondo, scomode, che dividono. E compassata approvazione, connivenza, condivisione da parte di una stampa che definire di regime sarebbe un eufemismo perché ormai costitutivamente incapace di un ruolo critico, o di “controllo” civile, di vigilanza morale. Filistea e moralmente apatica di fronte agli eccessi del potere.
[…]
In poche settimane, come su un piano inclinato, si è bruciato un patrimonio di civiltà giuridica e politica, di memoria, di consapevolezza del valore dei diritti e del rispetto umano, accumulato a fatica nei decenni. La parola stessa, nell’immediato, nell’atto del pronunciarla - questa stessa parola, questo stesso scrivere e denunciare - appare inutile e impotente. Lo dico con disperazione: rischia il ridicolo, nella solitudine in cui è pronunciata. Sommersa nel brusio distratto di una maggioranza impegnata altrove.
Se continuiamo a parlare, a raccontare, a denunciare, a protestare, a dissociarci e a inveire, è in qualche modo “a futura memoria”. Perché la superficie del mare che si è richiuso sopra di noi resti increspata, non placata, inquieta. E perché i membri di questa piccola tribù qui raccolta, in realtà, non sanno comportarsi altrimenti che così: continuando ad opporsi. Con la consapevolezza, questa sì dolorosamente nuova, che non si dovrà, probabilmente, cercare il valore del proprio agire in un risultato immediato. In una soluzione politica a breve termine, nel tempo in cui la politica ha perso se stessa, e si avvolge e si contorce, negando nel proprio agire quotidiano le ragioni finali, e alte, del proprio esistere. Che bisognerà lavorare a lunga scadenza, senza illusioni, senza speranze né scorciatoie né espedienti tattici.
Sapendo il perché, senza più chiedersi quando.(da Marco Revelli, Un piano inclinato chiamato Italia, Il manifesto, 6 giugno 2008, pp. 1 e 5)


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