Ladre di bambini

Parlo troppo spesso di luoghi comuni, di stereotipi? Un motivo c’è.
“Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”: è il Teorema di Thomas, puntualmente chiamato in causa da Antonio Vigilante. Visto l’attuale frangente mediatico, visto che gli stereotipi assunti come reali da TV e giornali producono realtà, direi che la mia attenzione è più che giustificata.
Vedi per esempio la leggenda metropolitana della zingara “ladra di bambini”.
Già prima non era facile spiegare che si tratta, appunto, di una leggenda: c’era sempre quello che l’aveva sentita con le sue orecchie da persona di assoluta fiducia (“mio cuggino, mio cuggino…”). Ma quando Chi l’ha visto? prende per buone e diffonde le farneticazioni su pseudorapimenti zingareschi (vedi il caso Tuvoni, vedi il caso Pappalardi), la leggenda diventa realtà e la ggente inizia a denunciare “veri” tentativi di rapimento.
E la leggenda rientra dalla porta, come dimostra (tanto per fare un esempio) l’improvvido Arkannen quando allude alla cosa su it.istruzione.scuola:
Come quella delle zingare fermate dalla polizia 77 volte per furto e altrettante volte rilasciate e che se ti portano via un bambino dal passeggino neanche le arrestano perché la sottrazione di minori non è mica cosa tanto grave.
(Arkannen, E ora sono cazzi, 28 aprile 2008)
Alle obiezioni, l’improvvido risponde citando una fonte autorevolissima: il Corriere della Sera.
Certo, per fortuna Lisa smonta l’accusa con una serie di controcitazioni:
- http://www.kelebekler.com/occ/lecco01.htm
- http://www.uppa.it/uppa/article/117
- http://www.peacelink.it/migranti/a/9585.html
- http://eddyburg.it/article/articleview/2158/0/20/?PrintableVersion=enabled
- (cui aggiungo almeno http://blogosfere.it/2007/08/bambini-rapiti-da-zingari-solo-leggende-metropolitane.html)
Ma il meccanismo di “costruzione sociale della realtà”, una volta avviato, è inarrestabile. Il caso ripreso dai giornali è quello di una donna che “ha riferito ciò che ha percepito circa le intenzioni della romena”. La sua percezione della realtà si è sostituita alla realtà; e solo per caso il rapimento immaginario non si è trasformato in vera condanna. Ma se il giudice ha valutato con equilibrio, non altrettanto si può dire dei giornalisti. E vedi bene che questo caso montato sul nulla ha prodotto un’ulteriore realtà: per gente come Arkannen l’argomento è diventato degno di uso dialettico, è entrato nel campionario dell’argomentazione politica.
Il caso “sardo” di Tuvoni è affatto identico: si tratta di storie di rapimenti, non suffragate da alcuna prova (neanche quella del DNA). In casi del genere il giornalista dovrebbe comportarsi come il medico di fronte all’eziologia fantastica ipotizzata dal paziente ipocondriaco; ma evidentemente l’uso deontologico del condizionale (”l’imputato avrebbe ucciso la suocera”) non vale in questi casi (detto per inciso, non vale neanche per le lacrime delle varie Madonne).
Allora, per “smontare” anche questo luogo comune, qualora non bastasse l’”insufficienza di prove”, varrà richiamarne le origini puramente mitiche.
Il tòpos della “zingara ladra di bambini” fa infatti il paio con quello degli ebrei untori (o, se preferite, dei comunisti pedofagi), e si ritrova com’è noto in Notre-Dame de Paris (1831) di Hugo; ma è già nella Gitanilla (1613) di Cervantes, nel cui incipit troviamo peraltro un bell’accumulo di stereotipi zingareschi:
Parece que los gitanos y gitanas solamente nacieron en el mundo para ser ladrones: nacen de padres ladrones, críanse con ladrones, estudian para ladrones y, finalmente, salen con ser ladrones corrientes y molientes a todo ruedo; y la gana del hurtar y el hurtar son en ellos como acidentes inseparables, que no se quitan sino con la muerte.
Una, pues, desta nación, gitana vieja, que podía ser jubilada en la ciencia de Caco, crió una muchacha en nombre de nieta suya, a quien puso nombre Preciosa, y a quien enseñó todas sus gitanerías y modos de embelecos y trazas de hurtar.
E ritorna ad esempio nel Trovador (1836) di Antonio García Gutiérrez (1813-1884), da cui Il trovatore verdiano (su libretto di Salvatore Cammarano):
Ferrando
Abbietta zingara, fosca vegliarda!
Cingeva i simboli di una maliarda!
E sul fanciullo, con viso arcigno,
L’occhio affiggeva torvo, sanguigno!…
D’orror compresa è la nutrice…
Acuto un grido all’aura scioglie;
Ed ecco, in meno che il labbro il dice,
I servi accorrono in quelle soglie;
E fra minacce, urli e percosse
La rea discacciano ch’entrarvi osò.Coro
Giusto quei petti sdegno commosse;
L’insana vecchia lo provocò.Ferrando
Asserì che tirar del fanciullino
L’oroscopo volea…
Bugiarda! Lenta febbre del meschino
La salute struggea!
Coverto di pallor, languido, affranto
Ei tremava la sera.
Il dì traeva in lamentevol pianto…
Ammaliato egli era!
(Il Coro inorridisce)
La fatucchiera perseguitata
Fu presa, e al rogo fu condannata;
Ma rimaneva la maledetta
Figlia, ministra di ria vendetta!…
Compì quest’empia nefando eccesso!…
Sparve il fanciullo e si rinvenne
Mal spenta brace nel sito istesso
Ov’arsa un giorno la strega venne!…
E d’un bambino… ahimè!… l’ossame
Bruciato a mezzo, fumante ancor!Coro
Ah scellerata!… oh donna infame!
Del par m’investe odio ed orror!(Il Trovatore, Atto I, scena 1)
Come si vede, qui il rapimento del bambino s’associa all’altrettanto topico olocausto.
Ma le origini dello stereotipo (vera e propria leggenda magica) sono molto, molto più lontane: ovviamente penso al racconto di Trimalchione in cui il bambino rapito dalle strigae, mulieres plussciae, viene sostituito con un fantoccio:
“Cum adhuc capillatus essem, nam a puero vitam Chiam gessi, ipsimi nostri delicatus decessit, mehercules margaritum, et omnium numerum. Cum ergo illum mater misella plangeret et nos tum plures in tristimonio essemus, subito strigae coeperunt; putares canem leporem persequi. Habebamus tunc hominem Cappadocem, longum, valde audaculum et qui valebat: poterat bovem iratum tollere. Hic audacter stricto gladio extra ostium procucurrit, involuta sinistra manu curiose, et mulierem tanquam hoc loco — salvum sit, quod tango! — mediam traiecit. Audimus gemitum, et — plane non mentiar — ipsas non vidimus. Baro autem noster introversus se proiecit in lectum, et corpus totum lividum habebat quasi flagellis caesus, quia scilicet illum tetigerat mala manus. Nos cluso ostio redimus iterum ad officium, sed dum mater amplexaret corpus filii sui, tangit et videt manuciolum de stramentis factum. Non cor habebat, non intestina, non quicquam: scilicet iam puerum strigae involaverant et supposuerant stramenticium vavatonem. Rogo vos, oportet credatis, sunt mulieres plussciae, sunt Nocturnae, et quod sursum est, deorsum faciunt. Ceterum baro ille longus post hoc factum nunquam coloris sui fuit, immo post paucos dies freneticus periit.”
(Satyricon LXIII, corsivo mio)
In realtà, poi, il tòpos ha una radice ancor più profonda - e in questo senso la Gitanilla, Notre-Dame de Paris e il Trovador ne sono solo attestazioni seriori: il rapimento sta a monte dei più classici espedienti agnitivi (nella commedia almeno dalla Nea, nel romanzo già in Caritone).
* * *
En passant, trovo una collezioncina di immagini di e da Hugo e Images d’Esmeralda, a cura di Michel Thiébaut.
Politica? Classics Libri Razzismi Mala tempora 5 Maggio 2008, 00:05


2 Commenti Aggiungi il tuo
1. catalepton | 13 Maggio 2008, h. 16:24
Sarà la stagione: http://www.carta.org/campagne/migranti/13852
2. catalepton | 15 Maggio 2008, h. 20:45
Sono troppo agitato per parlarne.
In un circolo vizioso, ti rimando ancora a minimokarma (anche su Djelem!)
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