Etnia: questione di identità (2)

Se non sai di cosa stiamo parlando, vedi la puntata precedente o, meglio ancora, segui il discorso dall’inizio.
Dovremmo essere d’accordo che il processo di costruzione dell’identità non è solo individuale ma anche personale (sociale, multiplo) e collettivo (di gruppo, etnico, nazionale). Continuo a “schedare” Antonio Marazzi, Lo sguardo antropologico, Carocci, Roma, 1998 (i corsivi sono miei):
Il limite degli approcci psicologici all’identità etnica sta non in ciò che riguarda il primo termine, ma il secondo. Nell’oggetto di questo senso di appartenenza. Nel contenuto dell’etnicità. Il problema deriva dal fatto che quello di “etnicità” è per sua natura un concetto spurio, comprendente due poli, che possiamo chiamare rispettivamente affettivo e sociologico.
Un percorso che possiamo considerare intermedio tra questi due poli è quello proposto da Denis-Constant Martin (The Choices of Identity, in “Social Identities”, I, 1995, pp. 5-20). Il senso di appartenenza sarebbe il risultato di una selezione di quei sentimenti intorno ai quali si organizza una comune visione del mondo e del rifiuto di altri. Tre sarebbero le aree comprese in questa visione del mondo: rapporti con il passato, con lo spazio e con la cultura.
Il gruppo sente di possedere forti radici nel passato, di avere avuto un ruolo nella storia, il più delle volte di essere stato perseguitato, di avere subito violenze e ingiustizie. Una ricostruzione di memorie collettive fornisce un quadro coerente con l’immagine utilizzata dal gruppo per presentarsi nell’attualità.(A. Marazzi, op. cit., p. 152)
È importante insistere sul fatto che non si tratta di “realtà”, ma di una autorappresentazione. L’identità “etnica” (in cui, come vedremo, andrebbe compresa anche l’identità “nazionale”) si basa su un’idea di radici storiche e di caratteri genetici propri ed esclusivi che quasi mai trova conferma storica o genetica. A proposito di “miti fondatori” e di “antenati comuni”, è emblematico il caso proposto da Guido Barbujani:
La società dell’Uzbekistan è tradizionalmente strutturata in tribù, divise in clan e questi ultimi divisi in famiglie. Tutte queste entità vengono fatte risalire a un comune antenato lungo la linea di discendenza maschile: ogni tribù è convinta di discendere da un unico, remoto fondatore. Se è così, i cromosomi Y, quelli trasmessi di padre in figlio insieme al cognome, dovrebbero essere tutti identici all’interno di questi gruppi. I ricercatori coordinati da Evelyne Heyer e Lluis Quintana-Murci, del Museo dell’Uomo di Parigi, sono andati a controllare. Hanno visto che in effetti all’interno della stessa famiglia i maschi, con poche eccezioni, hanno lo stesso cromosoma Y, ma le cose non stanno già più così se si passa ai clan, e all’interno della stessa tribù ci sono già tante differenze quante ne esistono fra tribù differenti. In altre parole, questi gruppi si mantengono compatti richiamandosi alle comuni radici biologiche e a un’eredità trasmessa di padre in figlio, ma nei fatti l’antenato comune delle tribù è un’invenzione.
(Guido Barbujani, L’invenzione delle razze, Bompiani, Milano, 2006, pp. 162-163; bibliografia a p. 170)
Ma torniamo a Marazzi:
Il senso di appartenenza si fonda anche sull’affermazione di radici territoriali: il luogo degli antenati, delle origini. Si afferma inoltre come un uso particolare dello spazio sociale: il luogo dove si possono esprimere i propri modi caratteristici di vivere, celebrare i propri riti. Luoghi spesso contesi, sentiti come usurpati da altri, stranieri o maggioranza dominante.
Quanto ai tratti culturali, una loro riformulazione in termini di identità prevede una selezione di quelle tradizioni di un passato individuale o collettivo che diventano emblematiche e vengono presentate come perenni. A questi tratti culturali selezionati viene attribuito un particolare sapore, una forte carica affettiva.
Questi tre elementi potrebbero bene illustrare ciò che viene comunemente inteso come il contenuto dell’etnicità. Martin però evita questo termine e parla di identità di gruppo, prendendo così le distanze da quella reificazione che è nei modi con cui sono espressi questi percorsi di identità. Egli anzi insiste sugli ampi margini di libera scelta in questi processi di identificazione: appartenenze assunte per nascita e poi abbandonate per assumerne altre. L’identificazione a un particolare sistema simbolico, a una determinata visione del mondo, sarebbe sempre il risultato di una scelta. È una posizione che rappresenta un approccio situazionale all’identità.(A. Marazzi, op. cit., pp. 152-153)
Lasciato da parte il “polo affettivo”, Marazzi passa a considerare il “polo sociologico” (e mi si perdoni se sorvolo sulla sua critica della “razza” come mito sociale: spero non sia necessario insistere ancora):
Caratteri esteriori, di origine inequivocabilmente culturale, che contribuiscono a identificare un’etnia riguardano l’abbigliamento e interventi sul corpo come tatuaggi e mutilazioni. Modi di comportamento caratteristici utilizzati per creare delle specificità etniche sono stati chiamati i “costumi” di un popolo: dal cibo consumato alle tecniche di allevamento dei figli, al carattere guerriero o meno, agli aspetti cerimoniali e ludici, alle regole di etichetta.
Quanto all’organizzazione sociale, una specificità etnica è stata attribuita alle forme familiari e ai sistemi di parentela, ai modi di organizzazione politica e ancor più oggi ai sistemi economici adottati per lo sfruttamento dell’ambiente: un aspetto, quest’ultimo, che ancorava il gruppo etnico al territorio, rinforzando l’immagine della sua fissità. I vari gruppi etnici potevano quindi essere classificati come cacciatori-raccoglitori, pastori, agricoltori seminomadi o sedentari.
L’ideologia etnica riguardava i miti, a partire da quelli di fondazione del gruppo, le credenze religiose, le narrative storiche e tutto quanto contribuiva a formare un comune senso di appartenenza esclusiva. Questo processo di identificazione dei tratti caratteristici di una popolazione ha portato all’attribuzione di un’identità etnica ai singoli membri: si trattava di un’attribuzione fatta dall’esterno, in base a dati raccolti e interpretati da estranei, che non derivavano dalle percezioni di chi apparteneva a quelle culture.(A. Marazzi, op. cit., p. 154)
Mi limito a rimarcare che l’identità etnica può essere tale per autoattribuzione o per “attribuzione fatta dall’esterno”.
Come anticipavo, l’identità “nazionale” può essere considerata in modo analogo all’identità “etnica”:
Elementi in parte simili e in parte originali concorrono, nell’analisi fatta da alcuni autori, al formarsi di identità nazionali negli Stati moderni. Si è sostenuta una “origine etnica delle nazioni”. L’espressione è di Anthony Smith (The Ethnic Origin of Nations, Blackwell, Oxford, 1986), secondo il quale le nazioni si sarebbero formate dalla fusione, in diverse combinazioni, di due dimensioni: quella civica e territoriale da una parte, e dall’altra quella etnica e genealogica.
Una serie di fattori concorrono al formarsi di un’identità nazionale: un territorio storico, memorie e miti, una cultura di massa, diritti e doveri comuni, un’economia comune e mobilità territoriale per i membri. Ma l’identità nazionale si combina con altre identità al suo interno - di classe, religiosa, etnica - in una dimensione multipla.
Un senso di identità nazionale, dice Smith (National Identity, Penguin Books, Harmondsworth, 1991, p. 17), “fornisce un mezzo potente per definire e collocare gli individui nel mondo, attraverso il prisma della personalità collettiva e della sua particolare cultura”. Per questo, nonostante i richiami ad altre appartenenze collettive, sovranazionali o etniche, il suo ruolo nell’attuale scenario mondiale è “il più fondamentale e inclusivo”.(A. Marazzi, op. cit., pp. 154-155)
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La foto non è scelta a caso: è l’attore newyorkese Giancarlo Esposito (1958-), nato in Danimarca da un macchinista teatrale italiano e una cantante lirica afroamericana. Come Tommy Finelli, il personaggio da lui interpretato in Smoke e Blue in the face (1995), Esposito (afroamericano? italoamericano?) dimostra quanto possano essere ampi i “margini di libera scelta” nel processo di “identificazione etnica”.
Politica? Geografia Epistemologia :P Razzismi 1 Maggio 2008, 18:00


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