Etnia: questione di identità (1)

Riprendo il discorso con questo semplice test, che traggo dal corso Ethnicity and Race: An Introduction to the Nature of Social Group Differentiation and Inequality, curato dal Dr. Dennis O’Neil del Palomar College (San Marcos, California):

Photo of a young man who could be Hispanic Photo of a young woman who could be Hispanic Photo of a young woman who could be Hispanic

Test yourself. Which of these people do you think is Hispanic? Look at them carefully…

Questa è la risposta:

In America today, the answer could be any of the three or none of them think of themselves as being Hispanic. You would need to ask them in order to find out.

Citavo Barbujani:

La parola “etnia” personalmente non mi piace, perché mi sembra un modo di dire “razza” senza dirlo.

Ho finalmente sottomano il suo (bellissimo) L’invenzione delle razze, e vedo che ribadisce il concetto: usa una sola volta (a p. 146) il termine “etnia”, e giusto per trattarlo da eufemismo “con il quale si intende la stessissima cosa”.

Ho già scritto abbastanza della “confusione lessicale” - nutrita di political correctness - che rende comprensibile il fastidio di Barbujani di fronte alla parola “etnia”; ma ho promesso di approfondire la questione, perché sono convintissimo che

si rivela fondamentale proprio il concetto di “etnia”, non sostitutivo di quello di “razza”, da usare non come etichetta per “gli altri” ma come descrittore critico della percezione di identità/alterità.

Per incorporare la “prospettiva antropologica” non trovo di meglio che una schedatura a puntate di Antonio Marazzi, Lo sguardo antropologico, Carocci, Roma, 1998. Sarà poco più che un collage di ampie citazioni: abbi pazienza.

Molte aree dell’Occidente stanno partecipando a un fenomeno di grande portata storica, quello del contatto e dell’incrocio tra portatori di culture diverse, specie sotto la spinta dei fenomeni migratori. Le dinamiche interculturali rappresentano un esteso campo d’indagine ancora ai suoi inizi, a cui l’antropologia può offrire un contributo di conoscenze approfondite sulle culture di origine e una sensibilità a cogliere la trama sottile delle interazioni tra gruppi sociali a confronto.
Il fenomeno dell’emergere di un senso di etnicità, su cui fondare il senso di appartenenza a un gruppo e al tempo stesso di distinzione da altri gruppi o da una comunità nazionale, trova una particolare attenzione nell’antropologo, abituato a lavorare in gruppi sociali relativamente ristretti uniti al loro interno da valori e abitudini comuni e condivisi.
(A. Marazzi, op. cit., pp. 13-14)

L’identità, come definizione del sé, viene elaborata a diversi livelli. Quella individuale inizia fin dal primo periodo della vita di ognuno di noi, con la progressiva consapevolezza di esistere come realtà distinta rispetto ad altri vicini a noi, a partire dalla madre, e anche dagli oggetti che i nostri sensi possono vedere e toccare. E’ già un processo relazionale, che definisce sé a partire da sé. Una dimensione ampiamente esplorata in psicologia. L’antropologia, mentre accoglie questa lezione, si rivolge piuttosto a un processo più esteso di formazione d’identità e alle sue espressioni esplicite nell’agire sociale: quello del senso di appartenenza a un gruppo esteso di persone, alle quali ci si sente legati da una sorta di “comunità di destino”. Questa identità collettiva condivisa può comprendere una dimensione sociale più o meno ampia, nazionale, minoritaria o anche sovranazionale.
L’antropologia, che ha concentrato la sua attenzione su comunità prive di un’organizzazione statale e spesso di piccole dimension, ha messo in risalto l’identità etnica, in cui il senso di appartenenza fa riferimento a un’origine comune, storica e spesso anche biologica, e a modi di vita e credenze distinti da quelli propri di altri gruppi, a partire da quelli più vicini. Vedremo come in tutti questi casi si tratti di qualcosa che appartiene alla dimensione culturale che ha elaborato, e quindi in un certo senso “inventato” questa forma di solidarietà introiettata dai membri del gruppo a cui essi sentono di appartenere.
Si tratta, quindi, di qualcosa che è soggetto, come ogni altro aspetto della cultura, a una continua reinvenzione e trasformazione, in un processo dinamico. Le distorsioni vengono se rendiamo questa appartenenza qualcosa di assoluto, fisso e immutabile, chiuso al confronto. Esamineremo alcuni tra i vari aspetti che può assumere la messa in relazione della propria identità collettiva con le espressioni sociali e culturali di altre identità.

(A. Marazzi, op. cit., p. 20)

Tutto il capitolo 7 (”Identità, alterità, etnocentrismo e reciprocità dello sguardo”, pp. 149-166) è fondamentale, e mi dispiacerebbe proprio dirti “va’ e leggitelo”. Provo a riassumere.

Sorvolando sui processi di costruzione dell’identità individuale, bisogna tuttavia distinguere tra identità individuale e identità personale. Marazzi fa qui riferimento agli studi di Georges Devereux, etnopsicanalista di cui puoi leggere almeno La renonciation à l’identité: défense contre l’anéantissement (1967; traduzione italiana della prima parte sul sito dell’ORISS). L’identità personale è la nostra rappresentazione sociale, proiettata all’esterno (la persona teatrale, la maschera pirandelliana); ed è multipla, data l’eccezionale estensione del nostro repertorio comportamentale. Da qui si può partire per definire il “senso di identità sociale o etnica”.

L’osservazione diretta di comportamenti ripetuti che finiscono per apparire tipici di un gruppo particolare, insieme alle generalizzazioni che verbalmente alcuni appartenenti a quel gruppo indicano come caratteristiche della propria specificità porterebbero, secondo Devereux, alla definizione di una personalità etnica. [...] Più vago sarebbe il concetto di identità etnica che, non essendo basato su comportamenti osservati o riferiti, risulterebbe nient’altro che un modo artificioso per distinguere gli appartenenti a un gruppo ed etichettarli.
Questa operazione - continuiamo a seguire il ragionamento di Devereux - porterebbe con sé due aspetti negativi e paralleli. I possessori di un’identità etnica diversa dalla propria (gli “altri”) finirebbero per essere etichettati non già in base a elementi neutri, ma con valutazioni ideologiche negative per opposizione alle proprie (”noi”). La costruzione della propria identità etnica avrebbe luogo a partire dalla definizione di quella altrui. Ma anche la propria stessa identità etnica correrebbe il rischio di essere etichettata, sia pure in modo positivo, e ne risulterebbe una pericolosamente riduttiva unidimensionalità delle personalità individuali. Questo procedimento riduttivo della propria reale e complessa identità individuale realizzato per semplice opposizione a identità esterne etichettate negativamente viene chiamato da Devereux una costruzione di identità etnica puramente dissociativa.
Per De Vos, l’identità etnica è una delle molte espressioni di un processo culturale di definizione di appartenenza realizzato da un gruppo, presente in molte società anche sotto altre forme, in riferimento ad esempio alla parentela o alla classe sociale. Nelle sue parole, «l’identità etnica di un gruppo di persone consiste nel loro uso soggettivo simbolico o emblematico di ogni aspetto della cultura, allo scopo di differenziarsi da altri gruppi. Questi emblemi possono essere imposti dall’esterno o adottati dall’interno» (G. De Vos, Ethnic Pluralism: Conflict and Accomodation, in G. De Vos, L. Romanucci-Ross (a c. di), Ethnic Identity: Cultural Continuities and Change, University of Chicago Press, Chicago, 1982, p. 16).
Di questo processo, vengono messi in risalto gli aspetti dinamici.
L’appartenenza religiosa, ad esempio, può essere un potente fattore di rafforzamento dell’identità etnica, come avviene nei movimenti revivalisti, oppure essere un modo per mutare la propria identità, attraverso una conversione a un credo esterno. [...]
Ciò porta De Vos a sostenere la necessità di un approccio psicologico alla questione dell’identità etnica, questa essendo espressione di un senso soggettivo di appartenenza.

(A. Marazzi, op. cit., pp. 151-152)

Per oggi può bastare. Ma, beninteso, il discorso è appena iniziato.

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