Vil razza dannata (3)

“Le diverse etnie presenti nell’America Anglosassone:
un eschimese, un americano bianco e una nera di origine africana”
(immagini e didascalia da “Ambienti culture società”, 2004, p. 277)
L’argomento si fa sempre più palloso. Ma è necessario: non so se nomina sunt consequentia rerum o viceversa, ma la Babele lessicale parla di una Babele etica e politica.
Lo dimostra “Come si vive quando l’amore non ha frontiere” (Venerdì di Repubblica, 7 marzo 2008, pp. 38-39): il giornalista, tale Emilio Marrese, aggiunge agli eufemismi cui siamo abituati - “immigrati”, “extracomunitari” - una agghiacciante sinonimia tra “famiglie multietniche”, “matrimonio [tra] culture diverse”, “matrimonio misto”, “matrimonio interrazziale”.
E veniamo a noi.
Guido Corradi - Monica Morazzoni, Ambienti culture società. La geografia e gli stati del mondo, Lattes, Torino, 2004.
Il Modulo 4, “Popoli e culture”, si pone tra gli obiettivi quelli di “comprendere il concetto di cultura”, “saper cogliere l’importanza della ricchezza insita nelle culture di ogni popolo”, “conoscere le principali famiglie linguistiche e comunità religiose del mondo”.
L’impostazione si direbbe ineccepibile: dopo un’accurata trattazione de “La popolazione mondiale e la sua mobilità” (pp. 76-83), si intitola un capitolo a “Le culture dei popoli” (pp. 84-93), così organizzato:
- “L’arte e le tradizioni dei popoli”
- “Le lingue”
- “I dialetti” (?)
- “Le religioni”
E si avverte subito che
Arte, musica, letteratura, poesia, ma anche cinema, televisione e moda sono espressioni della cultura umana che aiutano a capire gli uomini e i popoli che la esprimono. Sarebbe, infatti, impossibile leggere e decodificare un ambiente antropico senza dare una descrizione della cultura di chi ci vive: l’uomo modella ad immagine dei propri sogni il mondo e attraverso la sua opera gli dà un senso. La geografia cerca di capire di un ambiente i suoi aspetti fisici, ma anche i costumi sociali, le lingue, le religioni, così come la musica, l’arte, la poesia e gli stili di vita (p. 84, grassetti originali).
Molto bene; e bene soprattutto questo richiamo all’importanza delle espressioni culturali nell’indagine geografica.
Ciò non toglie che gli aspetti “culturali” siano considerati in modo un po’ oleografico (cultura come “sogno”) e semplicistico (gli “stili di vita” sembrano avere un ruolo secondario rispetto alla produzione artistica, e a p. 86 si parla di essi come di “tradizione, abbigliamento, cucina, festività”).
La terminologia è univoca ma generica: si parla sempre e solo di “popoli”. Ancora una volta il rinnegamento del “razzismo geografico” è implicito, ma solo implicito: è come se questa trattazione delle espressioni culturali volesse sostituire, senza dirlo, il tradizionale paragrafo sulle “razze”.
Iniziamo a cogliere un meccanismo standard: la divisio tradizionale di questo tema contemplava “razze, lingue e religioni”. La critica implicita a questo modello epistemologico ed espositivo tripartito si concreta di fatto in vari modi:
- la trattazione del primo elemento della tripartizione, avvertendo che si tratta di schemi discutibili ma senza proporre alternative;
- la soppressione del primo elemento;
- la sostituzione del primo elemento, con scelte diversissime da testo a testo.
La diversità di comportamento e la superficialità con cui si interviene (dimostrata dalla scelta di omettere o sostituire “senza discutere”, dalla frequente presenza di “tracce lessicali” o “tracce iconografiche”, nonché dal permanere degli altri elementi della tripartizione, “lingue” e “religioni”) testimoniano della mancanza di una riflessione epistemologica cui si sopperisce con molta naïveté.
Mi permetto queste osservazioni perché so come l’antropologia culturale e la genetica risolvono oggi, benissimo, il “problema” (e ne parleremo); ma evidentemente non lo sanno i geografi e gli autori dei manuali di geografia.
Per tornare brevemente al manuale di Corradi e Morazzoni, la naïveté della trattazione commentata sopra è dimostrata dal mancato ricorrere in essa del termine “etnia”, che però viene introdotto a p. 192 (è il Modulo 8, “La Politica e le Organizzazioni Internazionali”) e ridicolmente spiegato come
un insieme di uomini che hanno in comune caratteri somatici, cioè relativi all’aspetto fisico, linguistici e culturali,
e dal costante ricorrere, nella “Sezione regionale” del testo, a un uso distorto dell’espressione (”il gruppo semitico”, i “tre grandi gruppi etnici: i nilotici, i sudanesi e i bantu”, “frutto di incroci tra etnie diverse”, e basta con gli esempi perché hanno stufato). Trattasi con evidenza di “belletto lessicale”; e per le “tracce iconografiche” basti l’immagine a commento di questo post.
Chaim:
Uh, uh, o perché la didascalia non dice: “un americano bianco e un’americana nera”, oppure: “un bianco di origine europea e una nera di origine africana”? Mah…
13 Marzo 2008, 02.45catalepton:
Appunto.
13 Marzo 2008, 08.58E’ la “traccia lessicale” che gli autori non intendono parlare di “etnie”, bensì di “razze”.
Chaim:
E poi… bisogna pur dire che mentre l’”americano” è decisamente un bel ragazzo, la nera sembra una donnetta piuttosto ordinaria… (la domestica?) Potevano mettere una figa nera o un bianco sfigato… Ohibò!
13 Marzo 2008, 11.46