Vil razza dannata (1)

'Reportage dal mondo', 2007: un'immagine e una didascalia molto significative

Sulla scia del discorso sulla razza, e specialmente del post inaugurale - l’antibiasuttiano “Razze e popoli della terra” - mi dedico a un’analisi tematica di alcuni manuali scolastici di geografia in circolazione.

[Per inciso, ho appena modificato il sopraddetto post, che citava con troppa avventatezza link molto fuorvianti.]

Sarà un regesto noioso, a puntate, fitto di osservazioni lessicali, di “tra le righe”, di orribili avverbi: sei pennacchianamente libero di non leggere.

Non si tratta di affrontare la questione “scientifica”, e non ho intenzione di dibattermi in questioni epistemologiche: interessa la questione “didattica”, ovvero il modo in cui la Repubblica italiana ha deciso di formare (informare, educare) i suoi cittadini su una questione di fondamentale importanza.

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Discutiamo di manuali dal destinatario non omogeneo: accanto a una maggioranza di testi “per il biennio delle scuole superiori” (la “Geografia” degli insegnanti di Lettere) considero alcuni manuali di “Geografia economica”, per il triennio dei corsi IGEA (i “ragionieri” d’antan).

Servirà qualche cenno all’ingrosso sui “programmi ministeriali” di riferimento - benché questo sia, in realtà, un altro discorso.

Dal 1992 i programmi “Brocca” costituiscono di fatto un punto di riferimento anche là dove non sono ufficialmente adottati (corsi “sperimentali”, liceo pedagogico, liceo linguistico…). Per intenderci, molti insegnanti giovani e meno giovani li adottano di fatto anche nei cosiddetti corsi “normali”; ma molti insegnanti giovani e meno giovani continuano ad applicare con ottusità i programmi del 1946.

Nei corsi “normali” dei licei classici e scientifici esistono infatti ancora, incredibile dictu, i programmi ex CM 16/1946, che possiamo citare per esteso data la loro brevità:

Proseguendo e completando le indagini già fatte nei corsi inferiori, l’insegnante condurrà i giovani a nuovi viaggi e scoperte nei continenti extra-europei (Asia e Africa in IV Classe; America, Oceania, Terre polari in V Classe), mostrando mediante letture dei resoconti di viaggi la configurazione fisica, le condizioni originarie di vita e di civiltà, il progressivo adattamento e la trasformazione e l’espandersi della civiltà europea nei nuovi paesi, le relazioni economiche, politiche, culturali, le somiglianze e i contrasti. [nel liceo scientifico questo programma è compresso nel primo anno di corso]

Apparentemente non c’è alcun riferimento al tema di nostro interesse; ma il focus “extra-europeo”, l’attenzione per i “resoconti di viaggi” (cioè per il punto di vista dell’esploratore, del conquistador, del colonizzatore europeo) e per “le condizioni originarie [leggi: "primitive"] di vita e di civiltà”, l’esplicito richiamo al mito del progresso veicolato dall’”espandersi della civiltà europea” sono evidentissima traccia di una prospettiva etnocentrica. È implicito il giudizio di “inferiorità” sulle civiltà extraeuropee: non si parla di “razze”, ma senza dubbio sono programmi razzisti.

I “Brocca” superano a piè pari questa prospettiva: tra le altre finalità, la geografia ha quella di promuovere

l’identità personale e collettiva, la solidarietà con gli altri gruppi, la comunicazione interculturale con la consapevolezza della particolarità della propria condizione ambientale.

“A piè pari” vuol dire che la prospettiva è assente: il “problema” dell’etnocentrismo (e con esso della tradizionale impostazione “razziale” della geografia umana) viene aggirato, non discusso; viene rimosso, non criticato.

I “Brocca” sono generici anche nel lessico: si parla di “società umane”, “popoli”, “gruppi sociali”, “culture”, “elementi antropici” (interdipendenti con gli “elementi fisici”). Non si parla mai di “razze”, ma neanche di “etnie”; e questo vuoto, come vedremo, lascia spazio alle più diverse interpretazioni.

I programmi di “Geografia economica” degli istituti commerciali, cosiddetti IGEA, sono cugini dei “Brocca” e quasi altrettanto “moderni”. Ma tra i contenuti per la classe quinta, dedicati a “Territorio e economia (organizzazione e problemi)”, si riserva spazio alla

Influenza dei fattori culturali (razza, nazionalità, lingua, religione) sulla dinamica demografica e sociale.

Anche se l’inclusione della “razza” tra i “fattori culturali” può dar da pensare (sinonimo di “etnia”?), l’enunciazione resta comunque discutibile.

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Ed entriamo nel merito.

Senza badare troppo alla data di pubblicazione dei vari manuali (quasi tutti ancora in adozione), partiamo da un esempio “positivo”, da usare come pietra di paragone.

Salvatore Alvaro - Margherita Fiorucci, Geotouring. Corso di geografia per il biennio delle scuole superiori, La Scuola, Brescia, 2005.

Nel volume A (”Il nostro pianeta”) il cap. 2 del modulo 3 (p. 77 ss.) è intitolato “Diverse culture una sola famiglia umana”. C’è un paragrafo intitolato “Le razze non esistono”, in cui giustamente si afferma che la classificazione in quattro razze fondamentali e numerose “razze secondarie” è superata, ha “scarso valore scientifico”. Gli autori citano argomenti chiave, come il fatto che la statura media di una popolazione (tradizionalmente ritenuta tra i “caratteri somatici” significativi) si può modificare abbastanza rapidamente nel tempo. La fonte di tali affermazioni non è dichiarata ma evidente: Cavalli-Sforza. Proseguiamo:

Molti biologi (…), dopo numerose ricerche, hanno inoltre affermato che è impossibile trovare gruppi umani che abbiano tra loro sia differenze sia affinità genetiche davvero significative. (p. 78, grassetto originale)

E per concludere, con accurata scelta di parole e di grassetti:

Possiamo quindi concludere che il concetto di razza non si può definire con certezza ed è più vicino alla verità affermare che le razze non esistono: c’è solo il genere umano. (ibidem)

Detto questo, Geotouring passa a “Gruppi etnici e lingue”, assai più importanti. È una trattazione sintetica, chiara e lucida; l’apparato iconografico che l’accompagna non evidenzia i tratti somatici ma gli aspetti culturali (il costume tradizionale, gli ornamenti). Parole come genetica e biologi sono spiegate. Per questa parte del capitolo si propongono specifiche attività di verifica delle conoscenze acquisite. Mancano purtroppo indicazioni bibliografiche e per l’approfondimento, o links (ma, come vedremo, è il limite gravissimo di tutti i testi presi in considerazione).

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Veniamo adesso a un prodotto fresco fresco dell’editoria scolastica:

Pier Luca Didier - Carmelo Formica, Reportage dal mondo, Ferraro, Napoli, 2007.

Si avverte subito l’assenza di una trattazione specifica del tema. Nel volume B (”I grandi problemi mondiali”) si parla, è vero, del “Rispetto della multietnicità e multiculturalità” implicato dallo sviluppo sostenibile (?); ma non si dedica specifica attenzione all’argomento, né alla definizione dei concetti chiave. Laddove si definiscono “Stato” e “Nazione” (e si confonde “Nazione” con “identità etnica”, p. 46), si dice tra l’altro che

l’India, ad esempio, è formata da un crogiolo di razze, lingue, religioni e costumi differenti. (p. 46, corsivo mio)

Poco dopo si conferma la confusione tra “razza” ed “etnia”.

Già da qui si vede il primo prodotto della “rimozione Brocca”: dal momento che non vi si è ragionato sopra, le parole diventano etichette fuzzy, prive di peso, allegramente interscambiabili.

E vediamo dove porta quest’allegra confusione.

Il volume A di Reportage dal mondo, con un bel negretto in copertina, è ambiziosamente intitolato “Geografia sociale e culturale del mondo”. Bellamente ignorando i “Brocca”, che impongono di procedere per “nuclei tematici” suddivisi in “temi significativi” per ciascuno dei quali scegliere alcuni “casi di studio”, Didier e Formica procedono per continenti. La scelta è comune anche ad altri manuali (compreso Geotouring), ed ha il solo, modesto scopo di permettere l’adozione del testo sia nei corsi “normali” che in quelli “Brocca”. Infatti Reportage dal mondo concede ai “Brocca” grande spazio all’Europa, che i corsi “normali” non prevedono. Il risultato è un’impostazione ibrida, che si presta facilmente agli equivoci che vedremo.

Seguendo questo schema, infatti, il nostro manuale dedica ogni continente un capitolo “Società e territorio”, all’interno del quale tende a ritagliarsi un paragrafetto dal titolo interessante:

  • I popoli d’Europa (è l’OSA1, suddivisa in paragrafi, pp. 34 ss.):
    Un crogiuolo di popoli
    I caratteri somatici
    Le lingue prevalenti
    Le minoranze etniche
    L’impronta delle lingue nel paesaggio
    Le religioni
  • [Asia] Un mosaico di etnie, lingue e culture (p. 146)
  • [Regione Indiana] Un caleidoscopio di razze, lingue e religioni (p. 165)
  • [Africa Nera] Un mosaico di gruppi etnici e linguistici (p. 231)
  • [America] La composizione etnica della popolazione (p. 279)
  • [Oceania "anglosassone"] La popolazione locale: gli Aborigeni (p. 331)
  • [Oceania "indigena"] Popoli per lo più gioiosi e fantasiosi (p. 339)

L’impressione (la prima impressione) è che la terminologia sia oleografica, e vari senza motivo tra “popoli” (di cui studiare eventualmente i “caratteri somatici”), “etnie”, “gruppi etnici”, “popolazione locale” e ovviamente “razze”.

Direi che la scelta lessicale sia affidata, più che a esigenze di correttezza e precisione, a volontà stilistica di variatio, parallela all’uso compiaciuto dei vari “crogiuolo”, “mosaico”, “caleidoscopio” (dimenticando che anche in questo caso maggiore uniformità non potrebbe che giovare, visto che non si tratta di termini neutri; ad esempio “crogiuolo” allude al Melting pot, cioè a uno specifico progetto di integrazione peraltro mai realizzato). Si scade nel ridicolo, poi, con quel “popoli gioiosi e fantasiosi” che fa tanto “mito del buon selvaggio”.

Entriamo ora nel dettaglio dei singoli capitoli.

Europa. Dopo averci detto che le “fusioni di popoli” hanno prodotto gruppi etnici piuttosto differenti per cultura e per lingua, Didier e Formica ci informano che “in base ai caratteri somatici, cioè all’aspetto fisico (…) la popolazione europea si può dividere in 4 gruppi fondamentali”: mediterraneo (statura piuttosto bassa, cranio allungato, capelli, occhi e colorito scuri), alpino (corpo piuttosto tarchiato, cranio arrotondato, carnagione chiara con capelli e occhi scuri), nordico (statura alta, cranio allungato, carnagione molto chiara, capelli biondi e occhi azzurri), dinarico (statura alta, viso allungato, occhi e capelli bruni).

Gli stereotipi fisici sono di evidente matrice biasuttiana. Ma nota la scelta lessicale: benché sia ovvio che stiamo parlando di “razze” (o “sottorazze”), questa parola viene accuratamente evitata, e si parla solo di “gruppi” basati su diversi caratteri somatici. Dunque, accanto all’arbitraria “variatio lessicale” di cui si diceva, fa la sua comparsa un’inedita “rimozione lessicale”.

Asia. “La popolazione asiatica è costituita da una grande pluralità di gruppi etnici che appartengono a due razze principali, la bianca e la gialla”. Qui ricompare la parola “razza”; ma siccome i “gruppi etnici” non sono una “sottospecie” delle razze, dobbiamo osservare un altro fenomeno linguistico: la “sovrapposizione lessicale”. “Gruppo etnico” è infatti inteso come sinonimo di “sottorazza”. Didier e Formica ce ne danno conferma a proposito dell’India, informandoci che “esistono centinaia di gruppi etnici, con proprie caratteristiche somatiche“.

Ed ecco una simpatica, benché non inedita, affermazione:

La razza bianca comprende soprattutto i gruppi dei semiti (arabi ed ebrei), dei turchi, degli iranici e degli arii, questi ultimi abitanti nella penisola indiana.” (p. 146)

Come si suol dire, razza semitica e razza ariana escono dalla finestra e rientrano dalla porta. Bene, bene.

Africa Nera. Notiamo subito, in una didascalia, l’espressione “famiglia etnica etiopide”: veniamo così a scoprire che i “gruppi etnici” sono imparentati in “famiglie”, e che per pura coincidenza queste famiglie hanno gli stessi nomi delle “sottorazze”. Ci sono così “gruppi (…) che, in base alla struttura del corpo e al colore della pelle, vengono distinti in etiopidi e negridi”. Tra l’altro, “gli etiopidi derivano dall’incrocio tra bianchi e neri” e ci sono, in Sudafrica, anche “gruppi a sangue misto” (i famosi coloureds). Nota bene: lo so che ci sono individui che potremmo anche chiamare (con disprezzo) coloureds… ma non credo che si… raggruppino.

America. “variegata (…) risulta la composizione etnica della popolazione a causa delle varie correnti di immigrazione e degli incroci che si sono verificati tra la popolazione locale e gli immigrati”. Ancora una volta la “composizione etnica” è data da “incroci razziali”: un incrocio dà dunque vita a un nuovo gruppo etnico?

E ovviamente ci sono i “meticci”, “individui che presentano caratteristiche somatiche derivanti dall’incrocio tra gli spagnoli e le donne indigene” (pp. 279-280). E i mulatti, e gli zambos (p. 280). Ma Reportage dal mondo preferisce qui parlare di “individui”, dimostrando improvvisa coscienza del fatto che sarebbe assurdo parlare di “gruppo etnico meticcio” o “mulatto” o “zambo”. Dovremmo comunque obiettare che tali osservazioni avrebbero rilevanza solo qualora si volesse usare la categoria “razza”; altrimenti, la presenza di pur molti individui con determinate “caratteristiche somatiche” non ha alcuna rilevanza geografica: ha qualche rilevanza geografica (etnica, culturale, sociale, economica) la presenza in Italia di molti individui con le orecchie a sventola?

Australia. [E non entro nel merito della scelta di distinguere "Oceania anglosassone" da "Oceania indigena".] Gli Aborigeni sono “individui caratterizzati da pelle scura, fronte sfuggente e naso piatto”. A parte la “fronte sfuggente”, tratto caratteristico delle “razze inferiori”, notiamo ancora una volta l’imbarazzata scelta del termine “individui”. Eppure gli Aborigeni sono senza dubbio un gruppo etnico. Perché tanto imbarazzo?

Anche qui ci sono i meticci, e si dice senza problemi che sono “individui nati da incroci tra individui di razza diversa”. Eh sì, ogni tanto la parola “razza” scappa anche quando non si vuole.

Oceania. Anche qui si parte dalle caratteristiche somatiche, aggiungendo che “i popoli più primitivi sono i Papua”, spiegando che questo fatto dipende dal tardivo contatto con la “civiltà occidentale”. Ecco una chiara dimostrazione che l’impostazione del lavoro è anacronisticamente etnocentrica. Dov’è finito il “relativismo culturale”?

Più volte, nel manuale, compaiono immagini che caratterizzano i “gruppi etnici” per biechi stereotipi somatici; e richiamo la tua attenzione sull’uso del termine zoologico “esemplare” (vedi l’immagine a commento di questo post: ormai avrai capito che cerco di non scegliere immagini puramente decorative).

Per concludere, scelgo (senza commento) queste due perle sparse nel manuale:

i gitani (…) parlano una lingua incomprensibile (il calò) (p. 37)

la molteplicità di etnie genera molti conflitti (p. 166)

In sintesi, l’analisi mi pare dimostrare con sufficiente chiarezza che l’imprecisione terminologica mal cela la difficoltà a mutare la prospettiva etnocentrica e razzista di matrice biasuttiana. La “variatio lessicale” è segno di scarsa solidità scientifica dell’impianto espositivo. Il “nuovo” uso della parola “etnia” viene inteso come una forma di political correctness, puro e semplice sinonimo di “razza” (ho parlato di “sovrapposizione lessicale”). La “rimozione lessicale”, infine, è segno palpabile della malafede da parte degli estensori di questo squallido prodotto editoriale.

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