[omissis]

Giovanni Giacomo Sementi (1580-1636), Angelica e Medoro

Alludevo alle edizioni purgate di Catullo; ma parliamo di censure scolastiche più recenti. E non alludo a quelle, presunte, di matrice politica; ma ad altre, dettate da banale pruderie.

Cito da Carlo Salinari - Carlo Ricci, Storia della letteratura italiana. Dal Cinquecento al Settecento, Laterza, Roma-Bari 19954 (19691), pp. 1057-1061. È “La pazzia di Orlando” (dal Furioso, XXIII, 100 e seguenti).

Ecco cosa succede all’ottava 106:

Aveano in su l’entrata il luogo adorno
coi piedi storti edere e viti erranti.
Quivi soleano al più cocente giorno
stare abbracciati i duo felici amanti.
V’aveano i nomi lor dentro e d’intorno,
più che in altro dei luoghi circostanti,
scritti, qual con carbone e qual con gesso,
e qual con punte di coltelli impresso.

[...]

Era scritto in arabico, che ‘l conte
intendea così ben come latino:
fra molte lingue e molte ch’avea pronte,
prontissima avea quella il paladino;
e gli schivò più volte e danni ed onte,
che si trovò tra il popul saracino:
ma non si vanti, se già n’ebbe frutto;
ch’un danno or n’ha, che può scontargli il tutto.

Omissis: mancano le ottave 107-110. Ma cosa dicevano?

Il mesto conte a piè quivi discese;
e vide in su l’entrata de la grotta
parole assai, che di sua man distese
Medoro avea, che parean scritte allotta.
Del gran piacer che ne la grotta prese,
questa sentenza in versi avea ridotta.
Che fosse culta in suo linguaggio io penso;
ed era ne la nostra tale il senso:

- Liete piante, verdi erbe, limpide acque,
spelunca opaca e di fredde ombre grata,
dove la bella Angelica che nacque
di Galafron, da molti invano amata,
spesso ne le mie braccia nuda giacque;
de la commodità che qui m’è data,
io povero Medor ricompensarvi
d’altro non posso, che d’ognor lodarvi:

e di pregare ogni signore amante,
e cavallieri e damigelle, e ognuna
persona, o paesana o viandante,
che qui sua volontà meni o Fortuna;
ch’all’erbe, all’ombre, all’antro, al rio, alle piante
dica: benigno abbiate e sole e luna,
e de le ninfe il coro, che proveggia
che non conduca a voi pastor mai greggia. -

Dirai: “Stai forse insinuando che è bastato quel spesso ne le mie braccia nuda giacque per cassare il brano? Ma no, ma no: è una semplice operazione di sintesi”.

D’accordo (anche se contesterei la scelta di omettere un locus amoenus che ha ispirato tanta pittura).

Vediamo allora cosa succede all’ottava 122:

Poi ch’allargare il freno al dolor puote
(che resta solo e senza altrui rispetto),
giù dagli occhi rigando per le gote
sparge un fiume di lacrime sul petto:
sospira e geme, e va con spesse ruote
di qua di là tutto cercando il letto;
e più duro ch’un sasso, e più pungente
che se fosse d’urtica, se lo sente.

[...]

Quel letto, quella casa, quel pastore
immantinente in tant’odio gli casca,
che senza aspettar luna, o che l’albore
che va dinanzi al nuovo giorno nasca,
piglia l’arme e il destriero, ed esce fuore
per mezzo il bosco alla più oscura frasca;
e quando poi gli è aviso d’esser solo,
con gridi ed urli apre le porte al duolo.

Qui l’omissione è della sola ottava 123: un’operazione di sintesi?

Ma cosa narrava quel porcone di Ariosto in questa misteriosa ottava?

In tanto aspro travaglio gli soccorre
che nel medesmo letto in che giaceva,
l’ingrata donna venutasi a porre
col suo drudo più volte esser doveva.
Non altrimenti or quella piuma abborre,
né con minor prestezza se ne leva,
che de l’erba il villan che s’era messo
per chiuder gli occhi, e vegga il serpe appresso.

Una volgare scena di letto, certo poco adatta a un lettore sedicenne.

Ma la censura ottiene l’effetto trasversale di nobilitare la gelosia di Orlando: quel letto in tant’odio gli casca perché tanto vi ha sospirato, non perché Angelica vi è giaciuta con Medoro.

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