Tùne, quèsie, rìs

Sì, hai ragione... questo Orazio non c'entra nulla

Intraprendo dunque una raccolta di traduzioni d’autore da sottoporre ad “analisi contrastiva”, iniziando dai classici Passer, deliciae meae puellae e Tu ne quaesieris…

Propongo qui qualche riflessione sulla resa ritmica del Carpe diem.

Oggi ci si accontenta spesso di traduzioni prosastiche, utili solo come trampolino al testo originale; al più si coglie qualche tentativo di verso libero (Ramous).

Enzio Cetrangolo aveva provato con l’endecasillabo; ma dubito che il verso-base della metrica italiana possa rendere il sapore un po’ esotico dell’asclepiadeo maggiore.

Già: il problema è proprio quello di rendere la non casuale scelta metrica di Orazio:

Il metro si adegua perfettamente al motivo ispiratore dell’ode: il verso è lungo e consente varie pause e mutamenti di tono nella sua struttura; il coriambo a metà verso, messo in rilievo dalle due cesure che lo isolano, riassume spesso un’idea essenziale o un particolare fondamentale, produce un effetto di pausa semanticamente funzionale a isolare gli incisi (v. 1 scire nefas, v. 2 Leuconoe, v. 3 ut melius, ecc.). La spezzatura del discorso in piccoli membri è una soluzione di straordinaria sapienza strutturale, dalla quale dipende buona parte del fascino dell’ode.

(non ricordo da dove viene questa citazione, forse semplicemente dalla Garbarino)

Nel 1809 Gargallo risolse il problema della “spezzatura del discorso” con le parentesi (v. 2), con una quantità di enjambements decisamente superiore all’originale, e soprattutto con la scelta metaletteraria di tradurre l’ode oraziana in ode neoclassica (settenari sdruccioli e piani alternati):

Tu non cercar Leuconoe,
(Saperlo è ad uom vietato)
A me qual abbian termine
I numi, o a te serbato;
Né consultar de’ numeri
Caldei l’arte fallace.
Quanto de’ casi il volgere
Meglio è soffrire in pace!
[…]

Il tentativo pascoliano di metrica barbara (Giovanni Pascoli, Traduzioni e riduzioni, raccolte e riordinate da Maria, Bologna, Zanichelli, 1913; anche in Wikisource) potrebbe essere solo un esperimento giovanile; il ritmo oraziano si conserva però intatto:

Non cercare così - che non si può - quale a me, quale a te
Sorte, o Candida, sia data da Dio; lascia di leggere
Quelle cifre Caldee. Prenditi su quel che viene, e via!
O che abbiamo più verni anche, oppur sia l’ultimo questo, che
ora il mare tirreno urta ed infrange alle scogliere, tu
spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via,
lunga non la voler tu la speranza. Ecco, parliamo e un po’
questa vita fuggì. L’oggi lo sai: non il domani, oh! No.

La resa delle due cesure che isolano il coriambo è perfetta; e la spezzatura ritmica e sintattica è resa ancor più efficace ai vv. 4-7 dalle sinalefi in cesura. Gli enjambements isolano elementi diversi rispetto a quelli oraziani, ma garantiscono un generale effetto di pausa-mutamento di tono.

Ettore Barelli aveva certo presente l’esperimento pascoliano, che cita nell’inciso del v. 1 (”che non si può”) e nella resa di tribuit Iuppiter con “dio ci darà” (Pascoli aveva reso il tribuit Iuppiter con “abbiamo”, ma il di dederint del v. 2 con “data da Dio”).
Tuttavia quest’ennesimo esercizio di metrica barbara mi pare più riuscito, poiché unisce efficacia ed efficienza - pardon, efficacia e fedeltà:

Tu non chiedere mai, che non si può, qual destino gli dèi
abbian pronto per me, per te, Leucònoe, né ti curar di oroscopi
babilonesi. Meglio, quel che verrà, prender così com’è.
Se molti inverni dio ci darà, o sarà questo l’ultimo
che spumeggiante scaglia il Tirreno contro le rupi a infrangersi:
metti giudizio, mescimi vino, le tue speranze regola
giorno per giorno. Mentre parliamo, l’ora è già scorsa rapida.
Cogli il tuo tempo; meno che puoi fìdati del domani.

Nota poi che le rese di Pascoli e Barelli presuppongono diverse convenzioni di lettura metrica: Pascoli accentava di sicuro l’ultima sillaba (quèmmihi, quèm ti-bì) e preferisce versi tronchi, Barelli no (quèmmihi, quèmtibi) e preferisce gli sdruccioli (cinque su otto).

Classics Versi 4 Febbraio 2008, 00:30  



4 Commenti Aggiungi il tuo

  • 1. catalepton  |  4 Febbraio 2008, h. 14:41

    Accolgo il puntino sulle i messo da gioder alla mia trascrizione di Pascoli:
    il v. 6 non è “spoglia il vino nel filtro, e, s’è breve la nostra via” ma “spoglia il vino nel filtro, e, s’è così breve la nostra via”.
    Grazie.

  • 2. gioder  |  4 Febbraio 2008, h. 20:49

    Come si diceva, nulla di più facile che aggiungere un puntino sulle “i” altrui.

    Fingendo di aver dimestichezza con la metrica, e per giunta con quella barbara, oso.
    La traduzione di Barelli non mi convince.
    Il ritmo oraziano è fortemente scandito e sempre uguale. Volendolo riprodurre, non si potrebbero evitare gli accenti di prima, terza, sesta… ed è quello che fa Pascoli. Barelli lo fa nel primo verso, poi prende un’altra strada.
    Nel secondo (accenti di prima e terza, siamo d’accordo?) mi sembra di cogliere che “Leucònoe” vada letto “Leucò”, per non perdere l’incontro di accenti, ma rimane per me oscuro il ritmo delle sillabe successive.
    Nel terzo la sorpresa: “babilonesi”. Accenti indubitabili di prima e quarta, che si ripeteranno fino alla fine.
    Ma solo dal quarto all’ottavo verso c’è un ritmo ricorrente: tre quinari seguiti da una sdrucciola (con la possibilità di marcare di più con un accento anche sull’ultima sillaba, come anche in “oroscopi” del secondo.
    Infine, preso il ritmo dei quinari più sdrucciola, leggo: “Cògli il tuo tèmpo / mèno che puòi / fìdati dèl / … domàni”.
    Mah!
    Fuor di finzione (solo il poeta è un fingitore, noi non ce lo possiamo permettere), io, da assoluto profano, avverto diverse variazioni ritmiche che leggendo il testo oraziano proprio non trovo, e ciò non mi sconfinfera punto.

    P.S. Grazie per il tuo blog Cataleptòn interessante assai

  • 3. catalepton  |  5 Febbraio 2008, h. 23:44

    Eh sì, gioder.
    Altro che puntini.
    Sconfitto su tutta la linea, ritiro quel “mi pare più riuscito”.
    Dunque Barelli dimostra di conoscere Pascoli ma non ne comprende il ritmo; e perde subito l’abbrivio.

    (Ma lasciamo da parte il dirci “profani”: io scrivo senza troppo riflettere perché se no non scriverei, ed è solo per progressivi aggiustamenti che arrivo - forse - a qualcosa di sensato; dunque ben venga il dialogo. Quanto poi alla metrica barbara, possiamo osare almeno su quella isosillabica: come la strofe saffica di “Gemmea l’aria, il sole così chiaro / che tu ricerchi gli albicocchi in fiore, / e del prunalbo l’odorino amaro / senti nel cuore”.)

  • 4. catalepton  |  10 Febbraio 2008, h. 14:17

    Commenta ancora gioder:

    L’isosillabismo a me pare sempre la scelta più valida. E’ vero che le tradizioni metriche sono diverse, ma Orazio aveva quel ritmo in testa; così come tradurre la Commedia in un altro metro mi parrebbe delittuoso. Inoltre, la traduzione isosillabica non è soggetta alla moda del tempo, come invece accade alle altre.
    Per esempio, una delle traduzioni che riporti inizia così:
    “Tu ricercar non dei / Quel che sarà di noi, / Lo speri in van, nol puoi, / Leuconoe mia, scoprir: // Tu i numeri Caldei / Più non tentar: ma senti / Come i futuri eventi / Meglio potrai soffrir.”
    Fine Settecento, molto Metastasiana. Oggi quel ritmo mi (ci?) sembra davvero inadeguato per quel carme. O no?

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