Di che razza sei?

Immagine tratta dalla locandina della mostra 'L'offesa della razza'

Articolo 3 del “Manifesto degli scienziati razzisti” (1938):

Il concetto di razza è concetto puramente biologico.
Esso quindi è basato su altre considerazioni che non i concetti di popolo e di nazione, fondati essenzialmente su considerazioni storiche, linguistiche, religiose.

E articolo 7:

La questione del razzismo in Italia deve essere trattata da un punto di vista puramente biologico, senza intenzioni filosofiche o religiose.

Altri tempi, vero?

È difficile oggi leggere queste pagine senza provare un sentimento a metà tra l’orrore e il sarcasmo: come è possibile che queste cose siano state scritte, che molti le abbiano lette, che tantissimi le abbiano credute, che la maggioranza degli italiani le abbia ignorate, o tollerate, o lasciate passare come innocente esercizio filosofico e parascientifico?

(Umberto Eco, introducendo Valentina Pisanty, Educare all’odio: “La difesa della razza” (1938-1943), Federico Motta Editore)

Bene. Leggiamoci un articolo da “Repubblica” del 25 gennaio, p. 23 (è “Cronaca”). Su repubblica.it non c’è: si saranno vergognati a riportarlo.

“Roma, in ospedale chiedono la razza”
Denuncia dall’ex vicepresidente delle comunità ebraiche. L’assessore regionale: non risulta

ROMA - “È inaccettabile che nelle cartelle cliniche ancora oggi vi sia la voce razza”. A dirlo ieri David Meghnagi, ex vicepresidente delle comunità ebraiche italiane, che, come professore universitario, presentava, con il ministro dell’Università Fabio Mussi, la terza edizione del master “Didattica della Shoah” che lui stesso guiderà nell’ateneo di RomaTre.
“So per certo - ha detto Meghnagi - che in almeno un ospedale c’è ancora questa dicitura sulle cartelle cliniche. Ho assistito in prima persona a un caso quattro anni fa, ma la cosa è più diffusa di quanto si creda”.
Il caso a cui Meghnagi fa riferimento (senza mai dirlo esplicitamente) sarebbe avvenuto nel policlinico Umberto I. Per l’ex vicepresidente “il metodo di catalogazione della medicina è ancora legato alle modalità dell’800, quando le scienze erano a sfondo razzista. Gli stessi medici oggi non ci credono, so che alcuni di loro sono arrivati a scusarsi con i genitori dei piccoli pazienti a cui chiedevano di che razza sei? Ma non sanno inventarsi altre catalogazioni: certo poi razza ebraica è diventata una definizione esplosiva”.
Augusto Battaglia, assessore della Regione Lazio alla Sanità, nega che “al Policlinico sia utilizzata sulle cartelle cliniche la dicitura razza. Dalle prime verifiche non ci risulta, ma faremo controlli a tappeto in tutte le strutture”. Corrado Moretti, primario del reparto di Pediatria d’urgenza e terapia intensiva pediatrica dell’Umberto I, nega che la dicitura sia utilizzata, “ma sappiamo che in alcuni ceppi certe patologie hanno una minore o maggior incidenza. Nella razza ebraica, per esempio, abbiamo una maggior presenza di alcune rare malattie metaboliche, in quella negra una minor incidenza di problemi respiratori nei neonati e una maggiore per complicazioni legate ad alcuni farmaci antifebbrili. La dizione è certamente poco elegante, ma ammesso che da qualche parte negli ospedali possa essere scritto come pure non mi risulta, è un’indicazione utile a curare patologie”. Moretti assimila l’idea di razza alla provenienza geografica: “In Sardegna sappiamo che vi è una maggiore incidenza di talassemia, nel Frusinate di fibrosi cistica. Il concetto di razza, lo ribadisco, è poco elegante, ma, come la provenienza geografica, può aiutare un medico nella diagnosi e nella cura del paziente”.
E mentre Meghnagi spiega di avere quella cartella in una cassa per un recente trasloco, Leone Paserman, presidente della comunità ebraica romana, dice: “È la prima volta che sento parlare di razza nelle cartelle cliniche. Tra le razze considerate dalle scienze non mi risulta che ve ne sia una ebraica. Sa cosa disse Einstein quando gli chiesero di che razza fosse quando sbarcò negli Stati Uniti per la prima volta? Disse solo “umana” e mi pare ancora oggi una buona risposta”.

(articolo di Gabriele Isman e Laura Mari)

A una prima occhiata, niente più di una polemica marginale; non c’è il tanto per “creare un caso”, ma per riempire una pagina interna ci si accontenta di uno scandaletto, di un po’ di rumore.

Proviamo però a scremare.

Meghnagi è convinto di minimizzare: in fondo si tratta solo di medici che “non sanno inventarsi altre catalogazioni”, ancorati loro malgrado a schemi ottocenteschi. Ma se fosse vero, ci sarebbe da rabbrividire: dobbiamo credere che sessant’anni di sistematica demolizione della scienza razzista non abbiano modificato i paradigmi della scienza medica? I genetisti d’oggi sono razzisti?

Paserman crede di salvarsi riferendo l’usurata battuta di Einstein, ma si lascia sfuggire che “tra le razze considerate dalle scienze non mi risulta che ve ne sia una ebraica”. In altre parole, il presidente della comunità ebraica romana è convinto che non esista la razza ebraica; ma le altre sì, eccome.

E Moretti, il primario, fa di peggio: il concetto di razza “è certamente poco elegante, ma [...] è un’indicazione utile a curare patologie”. Dunque non si riporti la voce “razza” sulle cartelle cliniche… ma solo per una questione di galateo, di political correctness: un medico non può farne a meno.

La sua giustificazione poi è un capolavoro di confusione tra “ceppi”, “razze”, “provenienza geografica”. Lèggitela ancora una volta, lèggitela bene:

Sappiamo che in alcuni ceppi certe patologie hanno una minore o maggior incidenza. Nella razza ebraica, per esempio, abbiamo una maggior presenza di alcune rare malattie metaboliche, in quella negra una minor incidenza di problemi respiratori nei neonati e una maggiore per complicazioni legate ad alcuni farmaci antifebbrili. [...] In Sardegna sappiamo che vi è una maggiore incidenza di talassemia, nel Frusinate di fibrosi cistica.

Ora scrivo un po’ di getto, tanto so che ci ritornerò.

Forse dipende dai testi su cui questi medici hanno studiato (ho ricordato altrove l’anacronistica adozione di Biasutti, Razze e popoli della terra); e cercando un po’ a caso scopri che persino chi si occupa di genetica dei polli muove da allucinanti affermazioni pseudoscientifiche (ma con bibliografia!) sulle “razze umane” - le meglio studiate.

Pare che Luigi Cavalli-Sforza abbia lavorato invano.

Da questo punto di vista Google è molto educativo: se cerchi “razze umane”, “razzismo”, saltano fuori solo le modeste pagine di Wikipedia (razza, razzismo) e poi tanta robetta divulgativa di nessun conto scientifico, accanto a cui spicca e prolifera una moltitudine di siti razzisti (che non cito), potentemente documentati.
In certe discussioni su Wikipedia si ribatte che posizioni antirazziste come quella dell’UNESCO sono politiche, non scientifiche; non mettono dunque in discussione il concetto di razza in sé.

Mentre quanto riesco a trovare di “antirazzista” è divulgativo (ovvero non documentato, ovvero inutile) oppure appunto politico: per intenderci con un esempio “forte”, benché l’art. 1.1 della Dichiarazione sulla razza e i pregiudizi razziali (ONU 1978) postuli che

Tutti gli esseri umani appartengono alla stessa specie e provengono dallo stesso ceppo.

il resto della dichiarazione è esclusivamente dedicato ai problemi di discriminazione.

Non sto certo dicendo che “dignità” e “diritti” non siano un problema; ma perché affrontare il problema (a scuola, in parlamento) dicendo che “le razze non esistono” se poi non siamo in grado di dimostrarlo?

L’inesistenza delle razze è forse un postulato etico?

La lotta al razzismo deve basarsi sulla pura dialettica (o retorica)?

Si può essere relativisti su questo?

[Un relativismo, questo, che a Maledetto piacerebbe.]

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Eppure l’UNESCO sostenne la stesura, nel 1950, di un documento scientifico intitolato “La questione della razza”. Datato? Forse sì, ma è ancora un punto di riferimento imprescindibile.

Sono scandalizzato dal fatto che sul sito dell’UNESCO tale documento compaia, seminascosto, come pdf della stampa anni ‘50.

Non ne esiste diffusione.

Non ne esiste traduzione italiana.

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Rubo l’immagine dalla locandina della mostra “L’offesa della razza. Razzismo e antisemitismo dell’Italia fascista”. La mostra, curata da Riccardo Bonavita, Gianluca Gabrielli, Rossella Ropa, inaugurata a Bologna nel 2005, rinverdisce la memorabile esperienza di “La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascisti” (1994). Speriamo che circoli.

Su “La difesa della razza” vedi poi il già citato Educare all’odio di Valentina Pisanty, se preferisci anche su carta.

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