Miccio miccio

Francisco Goya - Ritratto di Manuel Osorio Manrique de Zuniga (1788)

A quando risale la prima attestazione del gatto come pet, animale da compagnia col quale intrattenere un rapporto affettivo e non utilitario? Tale non è certo il demoniaco gatto da topi nell’Annunciazione di Lorenzo Lotto (1527), né il gatto sotto il tavolo nell’Ultima cena di Giuseppe Vermiglio (1622). Affettuosi ma non decisivi sono gli schizzi dal vivo di Leonardo. Qualche traccia forse in Giulio Romano. Un caso iconografico meno dubbio mi pare si abbia solo con il Ritratto di Manuel Osorio Manrique de Zuñiga di Goya (1788).

Strano ma vero: pur dopo una domesticazione millenaria (e non “relativamente recente” come si legge spesso; e se diecimila anni fa ci facevamo seppellire col gatto, non è certo perché mangiava i topi), pur dopo una domesticazione millenaria il tema resta scabroso; e non solo per le connotazioni diaboliche dell’animale. Da vedere, certo, la pagina di Felice Moretti (con bibliografia).

Non guasterà perciò l’attestazione letteraria di Giovanni Battista Fagiuoli (1660-1742), nel capitolo In biasmo del cane, e lode del gatto che cito con modernizzazione ortografica dall’edizione non autorizzata intitolata La Fagiuolaja (La Fagiuolaja, ovvero rime facete del signor dottor Gioambatista Fagiuoli, libro II, in Amsterdam [Firenze] presso l’Erede del Barbagrigia, MDCCXXIX [1730-1741], pp. 86-100).

Al v. 145 l’elogio del gatto è introdotto da un miniproemio in cui è l’animale stesso a far da Musa (con ironia postariostesca):

Dove il gatto d’onor, di giovamento,
di vaghezza è nel mondo, e m’affatico
indarno a celebrarlo, e mi spavento.
Veggo ben io ch’entro in un pazzo intrico.
Deh tu dunque co’ graffi la memoria
grattami a tanta impresa, o gatto amico.

(vv. 145-150)

Ma vedi soprattutto questi brani dove man mano, sceverando dai barocchismi, emergono i tratti realistici di un ritratto confidenziale:

Dalla nascita sua sulle prim’ore
(eccovi tosto un gran mistero espresso)
ei nasce cieco, come nacque Amore,
e come Amor ha tutte l’armi appresso
avendo l’ugne lunghe ed inarcate,
che servon d’arco e strale a un tempo stesso.
Come Amore però sempre serrate
non tiene le pupille, ma ben presto
l’apre da chiara luce illuminate,
onde il proverbio nato n’è da questo
che il dire che i gattini han gli occhi aperti
vuol dir che l’uom è ben accorto e desto,
perché gli occhi de’ gatti son sì esperti
che vedono all’oscur come ‘l mattino,
né restan mai da tenebre coperti.
Se volete chiarirvene un tantino
in cucina di notte avete a entrare,
e voltatevi verso del camino.
Se il gatto a sorte sta nel focolare
vedete due dorate luci belle,
e costretto sarete ad esclamare:
Oh queste del camin sono due stelle!
Oh questi son del Cielo occhi di gatto!
Io distinguer non so questi da quelle.

(vv. 163-186, un po’ sovraccarichi)

Il gattino è cresciuto e fa ‘l bordello.
Convien che suoi trastulli ora v’inviti.
Vedete come accorto e cattivello
a ogni cosa, che vede ciondolare
e s’agguatta, e s’avventa a tempo snello.
Spicca la corsa e la va ad acchiappare
or va ruzando con tal gentilezza
la qual non puossi altro che in lui truovare.
Chiamatel miccio miccio: ei con prontezza
verravvi in grembo e saliravvi in seno
tutto obbligante e tutto compitezza.
E quivi sciolto a mille vezzi il freno
cammineravvi a scompigliar la cresta
a strappar nastri o a graffiarvi almeno.
Vi darà nella bocca e nella testa
ben mille graziosissime capate
oh che modi galanti di far festa!
La di lui polizia quindi ammirate.
Ad ogni punto lavasi il musino
dopo essersi le man bene lavate.
Ed in questo osservate col zampino
se si passa l’orecchio, e dite pure
che sarà pioggia, perch’egli è indovino.
Così mentre ch’ei bada alle lindure
della persona sua non lascia ozioso
di non badare alle cose future.
Fiutatelo di più com’è odoroso
ma chi credete faccia lo zibetto?

(vv. 206-233)

Or, come ho detto, poiché sì a minuto
c’è il gatto ripulito, si ravvia
la sua bella pelliccia di velluto.
La quale ora di Mosca, or di Sorìa,
ora di Tracia fa un vedere spanto
ora mista di Prussia e d’Albania.
E vago e lindo in ver, che passa il vanto,
si mette in posto e accomoda il sedere
della cucina nel più nobil canto.
Guardate: non vi pare di vedere
coi lunghi baffi e venerando aspetto
pro tribunali un giudice a sedere?

(vv. 253-264)

Rettorica Libri Gatti 16 Gennaio 2008, 23:39  



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