I like merda

Carro-botte

Gli scaffali del mio libraio vanno in ordine alfabetico. Arrampicato su una scala a portafoglio - privilegio da habituée frugabondo, mentre il mio barbuto anfitrione cerca di sopportare le clienti natalizie - vado per Landolfi e trovo Maraini.

Non avevo voluto impelagarmi nel suo Tibet un po’ troppo fuori percorso, ma dopo aver letto del suo mignolo inizio ad essere curioso.

Ma un’illuminazione improvvisa: dove, se non nel suo romanzo-autobiografia Case, amori, universi, potevo trovare una spiegazione della sua metasemantica?
Non è proprio serendipità, perché siamo esattamente sul medesimo filo di pensiero.

È qui la risposta? Certo: nutrirà i prossimi episodi di fànfole.

E nel frattempo un’imprevista interferenza, una pagina fondamentale della letteratura merdacea, al confine tra “passione per le parole”, qui onomatopeica e translinguistica, e “passione per le cose” (l’antropologia CITLUVIT che Maraini applicava anche alle culture “nostre”, volendo tutto “vedere, capire, smontare, svitare, penetrare, sviscerare”, anche la fugace storia degli odori).
Un’altra pagina da citare per esteso, da gustare tutta tutta.

La concimazione dei campi si faceva con lo stallatico di vacca (il cui odore doveva rimanere per sempre, nelle narici di Clé, più come un georgico profumo che come puzzo vero e proprio).
Per l’orto (chiamato “il Pozzino”, perché vi si trovava una cisterna d’acqua), veniva invece impiegato il pozzo nero. In cosa consisteva? A quei tempi, come nel Medioevo, come ai tempi di Roma, non esistevano sifoni e sciacquoni (invenzioni inglesi del Diciannovesimo secolo); i bisogni, piccoli e grossi, si facevano seduti sopra una panchina di pietra, munita al centro di un foro del diametro di circa venti centimetri, coperto, nei momenti in cui non si adoperava, da una lastra circolare di marmo con una maniglia in ottone o in bronzo. Feci e orine - per dirla alla fiorentina, merde e pisce - cadevano poi in una grossa cisterna (e Clé ne ricordava i rumori caratteristici, uno splosh! a evacuazione sciolta, un cataplak! a stronzo sodo) dove il tutto fermentava per settimane, o magari per mesi. Il puzzo della cisterna era molto meno fiero e offensivo di quanto i nipoti del tardo Ventesimo secolo sarebbero portati a immaginare: con la fermentazione, la brodaglia si stemperava e discioglieva, trasformandosi in un liquido fusco, dai riflessi talvolta madreperlacei, che emanava un odore caratteristico, diversissimo da quello, veramente disgustoso, delle feci neonate. Non dico sfiorasse, come avveniva per i campagnoli in ispirito, un quasi profumo, alla maniera dello stallatico di vacca o di cavallo, ma insomma era possibile conviverci assai bene.
Siccome il pozzo nero prodotto dalle due famiglie (padroni e mezzadri) non bastava per la sete infinita dell’orto, al centro dell’aia, dinanzi alla casa di Martino, era stata costruita, chissà quando, una capacissima cisterna, chiusa da un tombino di pietraserena. A quei tempi solo le case di lusso avevano gabinetti moderni, solo poche strade delle vere fognature. Chi può spingere i ricordi sino agli anni Venti, e anche Trenta del secolo, ricorderà benissimo il baccano che facevano per le strade fiorentine certi macchinari primordiali azionati a vapore, i quali servivano a pompare fiumi di pozzo nero dai depositi condominiali, lungo tubature improvvisate, fino a capaci carri-botte color cilestrino, trainati da possenti cavalli. Clé non avrebbe saputo dire attraverso quali contatti amministrativi si organizzassero queste cose, ma ogni tanti mesi arrivavano su per il viale della villa, e si dirigevano poi all’aia di Martino, tre o quattro di quei famosi carri-botte: i poveri cavalli che li trainavano erano costretti a fatiche da Sisifo per l’ultimo tratto del percorso, ripido, fangoso e in curva. Clé provava pena per le bestie, ma restava incantato dalla scultura vivente dei loro muscoli titanici in azione, appena rivestiti da una pelle lucida color cioccolato. Finalmente il nutrito e schifoso liquame delle notti veniva travasato, via tubi sciagurati che perdevano da tutte le parti, nella grande cisterna dell’aia. Tra Martino e i bottai sorgevano sempre furiose discussioni, chissà per quali ragioni, condotte tra gesti teatrali e valanghe del fiorentinaccio più volgare, aspirato a tal punto da divenire un incomprensibile dialetto: “O t’un potei infilar la manihetta, o hoglione, o bischeraccio? Accident’a te e la mayala di to’ mae…”.
Appena si avviavano queste pestilenziali operazioni, la mamma di Clé si affacciava a una finestra o a un terrazzo della villa, e chiamava disperatamente il figlio: “Now, Kleh, come home! Leave that dirty business. Come home! You’ll get no cakes for tea, if you don’t come up immediately!”. A Clé dispiaceva sinceramente, e molto, dare del dolore alla mamma, però lasciare l’aia per una mera ventata del puzzacchio di pozzo nero era debolezza vergognosa, tipica dei signorini, cioè della categoria più odiata e disprezzata tra gli esseri umani. “Oh mummy, perché non capisci?” gemeva Clé. In quelle circostanze il ragazzino si sentiva montare in cuore un odio violento per la villa, per i suoi abitanti, per gli impiantiti lustri, le vetrine, i sofà comodi preparati per le visite, i complimenti e le cerimonie sociali. “Perché non capisci? This is real life. I don’t want your wishy-washy niceness. Who cares for your cakes? I like merda!”.
(Fosco Maraini, Case, amori, universi, Mondadori, Milano, 1999, pp. 25-27)

L’immagine proviene da Sewerhistory.org:

Horse-drawn wagon to transport water to homes, businesses, etc., before piped transmission lines were installed. Also used to haul water to flush (clean) the sewer mains. Circa 1900. Caption reads “Mr. William Schultze will supply you with fresh water daily.”
Source: Wisconsin Historical Society, photo number 31423. All rights reserved.

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