Fànfole? (2)
Impelagandomi in fànfole senza aver sottomano il Tommaseo né il Battaglia, senza aver quasi letto l’altro Maraini, ho certo violato il precetto leopardiano: “il più certo modo di celare agli altri i confini del proprio sapere, è di non trapassarli”.
Ma non si può sempre rimandare. Diciamo che ho attaccato bottone, che mi sono buttato nel discorso lasciandomene trascinare, sperando che il quadro si faccia facendolo. Ad esempio la “tripartizione del lessico” mi è venuta così, e me ne sono già pentito.
Dunque non dimentichiamo quanto scritto, ma prendiamolo come un abbrivio che, parlando parlando, in progressiva correzione di rotta, arriverà al quid.
Ben vengano perciò i suggerimenti di Chaim e di gioder (questi in privato, citerò, interverrà): mi costringono ad altri punti di vista, ad una stasi dialettica.
E partiamo dall’analogia che Chaim coglie con certo Landolfi.
Di primo acchito avrei voluto diffidare dai “falsi amici” delle fànfole: le lingue immaginarie, il già citato Cortázar, il grammelot, lo Schtroumpf.
Poi gioder, duca e maieuta, mi fa intuire che il discorso è più complesso, e che le fànfole sono al crocevia di molte esperienze linguistiche. Per esempio, hanno alcuni elementi dello Schtroumpf (approfondirò). Per esempio, hanno un aspetto ludico che citando la massima
Non è un gioco
non volevo negare ma di fatto trascuravo.
E giustamente gioder frena:
Sicuro che la mia frase [...] non sia stata “Non è soltanto un gioco”?
Quel “soltanto” la rende meno “icastica” forse, certo più banale, ma credo che risponda (e rispondesse) di più al mio pensiero, anche perché senza riconoscervi l’aspetto gio-coso e linguisticamente gio-ioso non le avrei forse mai lette o comunque rilette e trilette. Escludendo l’idea di gioco, mi sembrerebbe di privarle della festosità e anche della istintiva gratitudine che hanno suscitato in me.
Tra i “falsi amici” includevo Landolfi, pensando in particolare a La passeggiata:
La mia moglie era agli scappini, il garzone scaprugginava, la fante preparava la bozzima… Sono un murcido, veh, son perfino un po’ gordo, ma una tal calma, mal rotta da quello zombare o dai radi cuiussi del giardiniere col terzomo, mi faceva quel giorno l’effetto di un malagma o di un dropace!
(incipit di Tommaso Landolfi, La passeggiata, in Racconti impossibili, Firenze, Vallecchi, 1966; attendiamo la riedizione Adelphi: per adesso in Le più belle pagine di Tommaso Landolfi scelte da Italo Calvino, Rizzoli, Milano 1982, pp. 490 ss.).
Su questo raccontino Landolfi si era intrattenuto nella Conferenza personalfilologicodrammatica con implicazioni, in Le labrene, a cura di Isolina Landolfi, Adelphi, Milano 1994, pp. 145-157; e si veda il saggio di Maria Antonietta Grignani L’espressione, la voce stessa ci tradiscono. Sulla lingua di Tommaso Landolfi, “Bollettino ‘900″, 2005, 1-2 [e questo "Bollettino '900. Electronic Journal of '900 Italian Literature" è una vera miniera].
E io lì ad avvertire: ecco, vedete, una cosa è Landolfi (italiano vero ma raro), un’altra Maraini (italiano inventato); e poi, anche grazie all’allusione chaimiana a Perbellione, mi sono reso conto che la cosa è molto più complessa, che non ci sono e non ci devono essere confini precisi tra questi “esperimenti” linguistici, i quali volta per volta toccano corde ed estensioni diverse dello strumento-lingua (Landolfi attinge ai subsuoni, Maraini agli ultrasuoni).
Approfondirò anche questo tema: per ora volevo solo tendere l’amo ;)
Gioder chiosa poi:
A quando un’analisi fonosemantica? :-)
E qui rispondo: “Devo fare tutto io?”. Forse qualche allusione; ma penso che non sarei capace di essere sistematico.
Mentre, sempre per citare gioder:
Sarebbe interessante anche un confronto intertestuale: tra il verbo “smego” e i giorni “smegi” c’è una qualche relazione? Tra il verbo “fanfi” e le “fànfole”?
E qui penso che il lavoro debba almeno essere iniziato: e che ci vorrà a produrre un rozzo lessico fanfoliano e concordanze fanfoliane?
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