De modo cacandi

A quell’antologia di defecazioni letterarie, da Gargantua a Leopold Bloom, che prima o poi qualcuno compilerà (intitolandola magari De modo cacandi e accontentando Rabelais che quel libro aveva solo immaginato), va aggiunta almeno la cacca di Giambattista Bodoni nella Misteriosa fiamma della Regina Loana.
Sul romanzo (e sulla cacca di Yambo, “ardito passo avanti rispetto alla descrizione dell’episodio famoso di Leopold Bloom”) le parole migliori sono quelle di Remo Ceserani sul manifesto del 25 giugno 2004 (noto en passant che anche Ceserani cade nel “gioco di memorie incrociate”).
Dando per scontato che avrai prima letto Ceserani, conservo il brano senza tagli, per conservarne il ritmo e la tensione metaletteraria.
A un tratto mi sono reso conto che al mattino, nella tensione della partenza, non ero andato di corpo. Sono andato in bagno, ottima occasione per finire di guardare il giornale, e dalla finestra ho visto la vigna. Mi ha colto un pensiero, meglio, una voglia antica: fare i miei bisogni tra i filari. Mi sono messo in tasca il giornale e ho aperto, non so se a caso o per virtù di un mio radar interno, una porticina sul retro. Ho attraversato un orto molto ben tenuto. Dalla parte dell’ala colonica c’erano dei recinti in legno e, dal chiocciare e il grufolare che si sentivano, doveva essere il pollaio con le conigliere e gli stabbi dei maiali. Al fonto dell’orto c’era il sentiero per salire nella vigna.
Amalia aveva ragione, le foglie delle viti erano ancora piccole e gli acini sembravano bacche. Ma mi sentivo in una vigna, con le zolle sotto le suole malandate, e ciuffi di erbacce tra un filare e l’altro. Ho cercato istintivamente con gli occhi degli alberi di pesco, ma non ne ho visti. Strano, avevo letto su qualche romanzo che i filari - ma ci devi camminare scalzo col tallone un po’ calloso, sin da piccolo - ci sono delle pesche gialle che crescono solo nelle vigne, si spaccano con la pressione del pollice, e l’osso ne esce quasi da solo, pulito come dopo un trattamento chimico, salvo qualche vermiciattolo grasso e bianco di polpa che vi rimane attaccato per un atomo. Puoi mangiarle senza quasi sentire il velluto della pelle, che ti fa correre i brividi dalla lingua sino all’inguine. Per un attimo ho sentito il brivido all’inguine.
Mi sono accovacciato, nel gran silenzio meridiano, rotto solo da alcune voci d’uccelli e dal frinire delle cicale, e ho defecato.
Silly season. He read on, seated calm above his own rising smell. Gli esseri umani amano il profumo dei propri escrementi ma non l’odore di quelli altrui. In fondo sono parte del nostro corpo.
Stavo provando una soddisfazione antica. Il movimento calmo dello sfintere, tra tutto quel verde, mi richiamava confuse esperienze precedenti. O è un istinto della specie. Io ho così poco di individuale, e tanto di specifico (ho una memoria da umanità, non da persona) che forse stavo semplicemente godendo di un piacere già provato dall’uomo di Neandertal. Lui doveva avere meno memoria di me, non sapeva neppure chi fosse Napoleone.
Quando ho finito, mi ha colto il pensiero che avrei dovuto pulirmi con delle foglie, doveva essere un automatismo. Ma avevo con me il giornale, e ho strappato la pagina dei programmi televisivi (tanto erano vecchi di sei mesi e, in ogni caso, a Solara la televisione non c’è).
Mi sono rialzato e ho guardato le mie feci. Una bella architettura a chiocciola, ancora fumante. Borromini. Dovevo avere l’intestino a posto, perché si sa che ci si deve preoccupare solo se le feci sono troppo molli o addirittura liquide.
Vedevo per la prima volta la mia cacca (in città ti siedi sulla tazza e poi tiri subito l’acqua senza guardare). La stavo ormai chiamando cacca, come credo faccia la gente. La cacca è la cosa più personale e riservata che abbiamo. Il resto possono conoscerlo tutti, l’atteggiamento del viso, lo sguardo, i gesti. Anche il tuo corpo nudo, al mare, dal dottore, mentre fai l’amore. Persino i pensieri, perchè di solito li esprimi, oppure gli altri te li indovinano da come guardi o ti mostri imbarazzato. Certo, ci saranno anche pensieri segreti (Sibilla, per esempio, ma poi mi ero in parte tradito con Gianni, e chissà che lei non avesse intuito qualcosa, forse si sposa proprio per questo), ma in genere anche i pensieri si manifestano.
Invece la cacca no. Salvo che per un periodo brevissimo della tua vita, quando è la mamma a cambiarti i pannolini, dopo è soltanto tua. E siccome la mia cacca di quel momento non doveva essere così diversa da quelle che avevo prodotto nel corso della mia vita passata, ecco che in quell’istante mi ricongiungevo col me stesso dei tempi dimenticati, e provavo la prima esperienza capace di rinsaldarsi con innumerevoli altre precedenti, anche quelle di quando bambino facevo i miei bisogni nelle vigne.
Forse se mi guardavo bene intorno trovavo ancora i resti della cacca che avevo fatto allora e, triangolando nel modo giusto, il tesoro di Clarabella.
Ma qui mi fermavo. La cacca non era ancora il mio infuso di tiglio - e avrei voluto ben vedere, come potevo pretendere di condurre la mia recherche con lo sfintere? Per ritrovare il tempo perduto non ci vuole la diarrea ma l’asma. L’asma è pneumatica, è soffio (sia pure faticoso) dello spirito: è per i ricchi che possono concedersi stanze tappezzate di sughero. I poveri, nei campi, non vanno d’anima, vanno di corpo.
Eppure non mi sentivo diseredato bensì contento, dico veramente contento, in modo mai provato dopo il risveglio. Le vie del Signore sono infinite, mi sono detto, passano anche attraverso il buco del sedere.(Umberto Eco, La misteriosa fiamma della Regina Loana, romanzo illustrato, Bompiani, Milano 2004, pp. 86-89)
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