Triglie di scoglio
E’ un libro che ho scoperto per caso. Giulio Angioni era stato invitato a parlare di esoterismo (esoterismo?) in assemblea d’istituto; e Gesumino mi aveva chiesto di presentarlo (io?): avevamo talvolta discusso di narrativa “sarda”, gli avevo prestato Assandira e chissà perché si era messo in testa che ne capissi qualcosa.
[La verità è un'altra: con buona pace di Giuseppe Marci, non ho mai digerito la "sardità" come categoria letteraria.]
Così, messo alle strette, per non fare figuracce (non avevo letto gli ultimi suoi romanzi), mi ero documentato in fretta sull’Angioni narratore. Ed ero incappato in una pagina sugli “antropologi narranti”, e in brani da Triglie di scoglio, e finivo (già: serendipità) sulle tracce di Pietro Clemente.
E anche da quei primi brani intuivo che quel libro mi era congeniale: non solo per la sua potenza, come ho già scritto, di richiamare assonanze di memoria; ma perché lumeggiava anche le “mie” occupazioni e i “miei” movimenti, molto più di quei compagni di strada - diciamo così - che hanno voluto improvvisarsi storiografi della “Pantera”. Mi sono sentito paternamente compreso. Di più: consolato.
Clemente non nasconde il suo imbarazzo autobiografico, e cerca prima analogie epistemologiche (”negli ultimi dieci anni ho cominciato a mescolare nei saggi scrittura scientifica e memorie”, p. 8), poi ridimensiona il tutto a “frammenti di memoria”. Ma le sue scritture di memoria, lui lo sa, sono altro. Per usare un concetto che a Clemente piace, lui non si è lasciato agire dalla storia.
Il tono del “racconto di memoria” è certo il migliore per quella storia fatta di microstorie, e aiuta a non farsi incrostare di retorica (è ovvio, penso a Meneghello). Ma Clemente, pur scrivendo “per furia” (p. 8; ma è un topos) non può nascondere la tensione formale del suo racconto: tensione tra parlato e aulico, chirurgia e ironia, scrittura e metascrittura, prima persona e terza quando il sé passato è altro da sé.
Perciò catalogare Triglie di scoglio tra i “racconti di memoria” mi sembra riduttivo; persino parlare di “racconti” è riduttivo, visto che i fotogrammi si compongono in un percorso narrativo unico e compiuto, in cui le differenze di stile misurano il mutamento di prospettiva, e persino l’aneddoto minimo assume una precisa funzione simbolica.
Massì, non è un caso che il libro compaia nella collana “CUEC narrativa” (diretta da Paolo Lusci: quanta strada eh, Paolo?).
* * *
Due link da cui riprendere il discorso sui “racconti di memoria”:
- Nelle pagine di sé-sito, dedicato a “immagini e scritture di poesia psicoanalisi antropologia”, ho scoperto Triglie di scoglio; ma c’è più d’uno zampino di Clemente, e c’è il saggio di Andrea Seganti e Francesca Policante su La narrativa autobiografica come costruzione dell’identità. Le funzioni della narrazione.
- Laurana Lajolo, Memoria, storia, passato, presente, relazione presentata nell’ambito del progetto di ricerca INSLI-MPI “Memoria e insegnamento della storia contemporanea” (comunque tutto da vedere).
Lascia un commento