Forse era dura la vita

Blatte

Forse era dura la vita, ma c’era un grande slancio. In via Sulis il bagno si faceva in una grande tinozza di plastica azzurra, alcune finestre (davano su un cortile sudicio pieno di gatti in amore) non avevano maniglie. Di notte dalla vasca per lavare i panni, in graniglia, uscivano schiere di blatte, anche volanti; grandi lotte a colpi di scopa: forse questa era vera lotta di classe. Nella stanza con il lume rosso, che mio padre seguiva col binocolo da un ottavo piano, in linea d’aria vicino, scrissi due tesi di laurea per guadagnare soldi. La mia finì quando eravamo in via Dexart. La battè Ida incinta, lavorando di notte, con l’aiuto di mezzo Potere Operaio che dettava, mentre io finivo di scrivere il testo.

(Pietro Clemente, Triglie di scoglio, CUEC, Cagliari, 2002, p. 89)

Bene, si è capito che sto rileggendo le Triglie di scoglio, per non so quale impulso tirato giù dallo scaffale.
I “racconti di memoria” hanno la potenza di richiamare armonici, assonanze di memoria.

Via Sulis mi ricorda la casa-falansterio di Lucia Argiolas, che immagino non lontana dall’entourage di Clemente negli anni ‘70 (almeno per il tramite di Fabio Masala: è il “Fabio” di pp. 86-87).
Ma le assonanze sono quelle all’Università da fuori sede (benché Clemente “fuori sede” non fosse, benché vent’anni dopo).

Non so perché le storie da fuori sede sono spesso storie di bagni: la doccia gelata a febbraio nei bagni della Casa di via Trentino, a gambe larghe e in ciabatte di gomma per non prendersi i funghi, e cento metri di corridoio per tornare in camera. Non più tinozze di plastica, ma sempre stanze da bagno gelide e turni per lavarsi, e discussioni per chi ci si attardava e per Mike che consumava troppa carta igienica. Un fotogramma alla Schiele: Cosetta accovacciata tremante, mentre Pulix, in piedi fuori della vasca, le punta il getto della doccia (non avevano chiuso a chiave).

Il cortile sudicio pieno di gatti in amore… per noi l’immagine è più trash: un cavedio pieno sì di gatti in amore, ma anche di merdone maciullate; e il cadavere di un gattino che la madre divorò a puntate, dal culo e dalle interiora.

E ovviamente le schiere di Periplaneta americana.

E le notti sulla tesi di laurea: Monicà rimase sveglia settantadue ore per finirla.
Ma l’amicizia politica non era più la stessa, Davide veniva in via Olives solo a scroccare sigarette (”con i soldi che ho risparmiato, questa estate vado in Germania”).

Del resto, se lo confessa Pietro Clemente, professore ordinario di Antropologia Culturale nella Facoltà di Lettere dell’Università di Firenze, non vedo perché non confessarlo noi: quante lauree per conto terzi! Le tesi scritte in quegli anni “per tirare a campare” non si contano più: ogni tanto giungevano complimenti inaspettati, solo dopo abbiamo capito che non conveniva scrivere troppo bene. Dispiace ritrovare (persino tra i colleghi) quei poveretti: terrorizzati all’idea che li sputtani fanno finta di non riconoscerti.

Lascia un commento