Precipitando su Central Park

Central Park (vista invernale)Seconda chicca da Capelas imperfeitas.

Credo non ci sia ancora una tradizione di studi voltoliniani, e un po’ mi sento in imbarazzo.
Ma via, da qualche parte bisogna pure iniziare.
I testi di Voltolini per Campogrande sono sempre meta- (metalinguistici, metaletterari) ma non per questo ripiegati su se stessi.
Il gusto per il calembour, l’ossimoro, il paradosso logico, i “giochi” metrici fonetici semantici non è mai gratuito o in-significante; non è mai comico o parodico o assurdo: i versi mantengono una forte coerenza interna, sempre tesa a comunicare un quid intenso e molto ben circoscritto.
C’è insomma un netto scarto rispetto al gusto, pur affine, di Rodari o Scialoja o Bergonzoni.

Vediamo per esempio questo Central Park.

Non inganni la relativa varietà di versi (settenari, ottonari, novenari, endecasillabi…): sono variazioni ritmiche funzionali al testo cantato.
La regola metrica che Voltolini si propone è anzi particolarmente rigida: sei strofe di sei versi rimati AxAByz, dove le maiuscole indicano i versi piani, le minuscole i versi tronchi.
I versi piani rimano con le altre strofe: A in -ano, B in -isti; quinto e sesto verso si ripetono quasi identici in tutte e sei le strofe (le variazioni sono significative, narrative, secondo gli stilemi tipici del ritornello - benché a livello musicale non di vero e proprio ritornello si tratti).
I versi yz non rimano tra loro, ma è forte l’assonanza dà/Park, rinforzata da frequenti assonanze o rime col verso x (bar, mai, ).

Le regole semantiche sono altrettanto rigide.
La parola-rima del primo verso (piano) è identica in tutte le strofe, ma ha sei diversi significati: piano (di un edificio), piano (strumento musicale), piano (avverbio), piano (progetto), piano (elemento della locuzione avverbiale piano piano), -piano (secondo elemento del sostantivo composto altopiano).
La parola-rima del secondo verso è tronca, con evidente preferenza per anglicismi in consonante (loft, bar, street), che preludono al Park dell’ultimo verso. Solo nell’ultima strofa si ha una parola-rima piana (cielo).
La parola-rima del terzo verso è inizialmente un etnonimo (pakistano, italiano, americano); la “regola” scompare poi, pur mantenendosi per due volte il riferimento al gruppo umano (costante anche nel quarto verso, nella parola-rima in -isti) e confermandosi come esplicito riferimento al melting pot newyorkese.
Come si vede, si ha una progressiva dissoluzione della parola-rima piano in sintagmi più ampi; e il dissolversi finale delle altre regole semantiche concorre alla catastrofe tragica.

Ma qual è qui quel quid cui alludevo?
Monicà sosteneva di vederci riferimenti alla Fallaci (che non era ancora morta); ma un testo connotativo è connotativo e basta. Vuoi vederci una profezia del 9/11? Suggestivo. Certo è che il melting pot di Central Park non è oleografico: è storicizzato dai riferimenti al Novecento, ai conflitti di classe, agli alti e bassi di Wall Street, all’immigrazione pre- e postbellica.

Central Park

Sto qui su all’ultimo piano
ho abbandonato il loft
sotto si mangia pakistano
roba per turisti
Il mio appartamento dà
direttamente su Central Park

Mio padre suonava il piano
in una specie di bar
gestito da un italiano
pieno di uomini tristi
Ma il mio appartamento dà
direttamente su Central Park

Suo padre parlava piano
e non rideva mai
è diventato americano
per colpa dei nazisti
E il mio appartamento dà
direttamente su Central Park

Ehi, sai, la gente senza un piano
preciso, ammassata là,
gruppo strano, poco umano,
artisti, macisti, poveri cristi
E il mio appartamento dà
direttamente su Central Park

Il Novecento corre piano piano
tra gli orsi e i tori di Wall Street
velocemente passano di mano
i capitali dei capitalisti
E il mio appartamento dà
direttamente su Central Park

Mi sembra di esser su un altopiano
subito sotto il cielo
e sotto c’è un formicaio umano
di singoli raccolti in gruppi misti
Il mio appartamento sta
precipitando su Central Park

Commenti

  1. marietta:

    uno starnuto…si, insomma…un saluto…

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