Bongo bongo

Quanto segue vorrebbe essere un anomalo contributo alla storia degli stereotipi razzisti.
Certo non ha ragione Mosse: pretende di parlare del razzismo in Europa “dalle origini all’Olocausto” ma vede i prodromi solo nel XVIII secolo. L’errore sta forse nel presumere che il “pensiero razzista” trovi le sue matrici solo nel “razzismo scientifico”; eppure sappiamo tutti il ruolo dell’etnocentrismo e della xenofobia nella formazione della “cultura occidentale” (a iniziare almeno da bar-bar).
Una citazione qualunque: Paola Pallottino, Origini dello stereotipo fisionomico dell’”ebreo” e sua permanenza nell’iconografia antisemita del Novecento, in La menzogna della razza. Documenti e immagini del razzismo e dell’antisemitismo fascista, a c. del Centro Furio Jesi, Grafis, Bologna 1994, pp. 17-26. L’iconografia del “perfido giudeo” risale almeno al XIII secolo.
Qui interessa soprattutto lo stereotipo razzista del “negro”, che per l’Italia viene fatto risalire dai più alla guerra abissina del 1935. Così lo stesso Mosse (diciamolo, cito da Il razzismo in Europa, p. 215): “La guerra fece nascere nella coscienza degli italiani il concetto di razza, ma esso era diretto contro i neri, non contro gli ebrei.”
Ma è documentabile che il razzismo antinegro degli italiani risale almeno alla guerra di Libia, e su su sino ai tempi di Adua. E alla luce di Barth e della sua teoria del confine etnico (vedi per esempio questo saggetto di Francesca Nardin) dovrebbe essere evidente che lo stereotipo del “diverso” viene costruito ogni volta che due gruppi etnici entrano in contatto.
Eccone una dimostrazione. Nel Cunto de li cunti (siamo ai primi del Seicento) Giambattista Basile mette spesso in scena schiave o principesse negre di nome Lucia. Cito dall’edizione curata da Michele Rak (Garzanti, 1986) un brano da Le tre cetra (giornata V, 9):
Fra chisto miezo na schiava negra era mannata da la patrona co na lancella a pigliare acqua a chella fontana. La quale, vedenno a caso dintro l’onne la ‘magine de la fata, credenno d’essere essa medesema tutta maravegliata commenzale a dicere: “Che bedere, Lucia sfortunata cossì bella stare e patrona mannare acqua a pilliare e mi sta cosa comportata, o Lucia sportonata?”. Cossì decenno roppe la lancella e tornaie a la casa e, demannata da la patrona perché aveva fatto sto male servizio, respose: “Iuta a fontanella, tozzata a preta lancella”.
La patrona, gliottutose sta pastocchia, l’autro iuorno le deze no bello varrile, che iesse a ‘nchirelo d’acqua. La quale, tornata a la fontana e bisto de nuovo trasparere chella bellezza dintro chell’acqua, disse co no granne sospiro: “Mi no stare schiava mossuta, mi no stare pernaguallà, culo gnammegnamme, pocca stare accossì bella e portare a fontana varrile!”. E, cossì dicenno, tuffete n’autra vota, e sfascianno lo varrile ne fece sellanta frecole e, tornata a la casa tutta ‘mbrosolianno, disse a la patrona: “Aseno passato, varile tozzato, ‘n terra cascato e tutto sfrecoliato!”.
La ‘mara patrona sentenno chiesto non potte avere chiù fremma e, dato de mano a na mazza de scopa, la trontoleiaie de manera che se ne sentie pe na mano de tuorne. E, pigliato n’otra disse: “Curre, scapizzate, schiava pezzente, gammagrillo, cula pertosata, curre, né fare siamma-siamma, né cerne-Locia e portame mo chesta chiena d’acqua, si no te peso comme a purpo e te faccio tale ‘ntosa che me ne nuommene!”.
Passata l’ilarità per questa sfuriata finale della patrona (a Basile piace l’accumulo di invettive plebee), notiamo il linguaggio della schiava negra: è il medesimo cliché di Mammy in Via col vento. Ma Lucia lamenta anche lo stereotipo somatico della negra labbrona e culona: “Mi no stare schiava mossuta, mi no stare pernaguallà, culo gnammegnamme”.
Ora, nel Seicento i rapporti dell’Italia col mondo ottomano e arabo (e con questo tramite, africano nero) dovevano essere frequentissimi, e sappiamo quanto abbiano alimentato l’immaginario se non altro dall’opera buffa del secolo successivo (”io non so se son Valacchi / o se Turchi son costor”, Così fan tutte, 1790) sino all’Italiana in Algeri (1808). La negra di Basile non ha niente di esotico: è stereotipata perché barthianamente “confinante”.
E’ probabile che, a cercarli, troveremmo tracce di stereotipi analoghi anche nella novellistica dei secoli precedenti (dare un’occhiata al Decameron?). Seguiamo invece Lucia nella sua rivisitazione anni ‘60: perché Silverio Pisu, per I tre cedri che compaiono tra le Fiabe sonore, aveva davanti il testo di Basile:
Vincenzo si era appena allontanato, allorché venne alla fonte ad attingere acqua una servetta negra di nome Lucia, che aveva l’abitudine di specchiarsi alla fonte, nella speranza di vedere riflessa la propria immagine più bella e meno nera di quanto fosse in realtà.
Quel giorno, però, chinatasi sull’acqua, vide riflessa la fanciulla che stava sull’albero e, scambiatala per la propria immagine, cominciò a gridare…LUCIA - Oh, Lucia, Lucia fortunata! Tu così bella essere, non più acqua attingere, e brocca subito rompere!
E la negretta, esultante di gioia, spezzò la brocca dell’acqua e tornò tutta baldanzosa dalla sua padrona.
LUCIA - Padrona, padrona! Guardare come sono bella!
PADRONA - Bella, tu? … Sei per caso ammattita? E il vaso con l’acqua dov’è?
LUCIA - Leone passato vaso urtato e… tutto spezzato!
PADRONA - Ma quale leone, brutta bugiarda! … Lo avrai rotto tu! Vattene via, sparisci! Mi verrebbe voglia di bastonarti! Non farti più vedere fino a che non mi è passata la rabbia!
La povera negretta, mogia mogia, si avviò di nuovo alla fonte.
LUCIA - Sono nera, sfortunata,
mia padrona m’ha sgridata
e dice che io bella non diventata.
Alla fonte bionda ero,
mia padrona non dire il vero;
qui c’è sotto qualche cosa,
deve esserci magia…
mamma mia! mamma mia!
Pisu attutisce, è vero, la “schiava” di Basile in “servetta”; e non stupisca, spero, l’uso della parola “negra” assolutamente accettabile negli anni ‘60, né il Motiv fiabesco della contrapposizione bianco/nero. Ma lo stereotipo ha retto al peso dei secoli: il pidgin di Lucia è il medesimo. Le illustrazioni della fiaba confermano il fenotipo (l’apertura di questo post ne è esempio).
E bisogna ascoltare la fiaba sonora per scoprire qualcosa che il testo a stampa non dice. Per ben tre volte si ode un inserto sonoro, un “bongo bongo” del tutto incongruo, con effetti ahimè esilaranti.
Ma il genio di Pisu va oltre: come attualizzare lo stereotipo della “bovera negra”? Facendole cantare lo spiritual Sono nera, sfortunata.
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