Razze e popoli della terra

È di cattivo gusto autocitarsi, ma su ICCl mi è capitato di nominare il Biasutti, Razze e popoli della terra, come caso di anacronistica adozione universitaria (almeno sino agli ultimi anni ‘80).
Renato Biasutti fu tra i firmatari del manifesto “Il fascismo e il problema della razza”, pubblicato sul Secolo d’Italia nel 1938. Ma il suo razzismo non è fatto personale, quanto espressione di un “concorso generale”: vedi le ottime pagine (90-92) di Paolo Marrassini, Una Facoltà improduttiva: Lettere fra cultura e politica (si parla di Firenze):

questa era la cultura antropologica del tempo, forse in buona parte anche fuori d’Italia, ma certo dovuta in Italia a tutto quel mancato sviluppo delle scienze sociali di cui risentiamo in modo drammatico ancor oggi, e che non poteva non renderla, almeno potenzialmente, “razzista”: specificamente presso gli antropologi, genericamente presso quasi ogni uomo di cultura.

Ma c’è di peggio. Per chi ha seguito le lezioni di Antonio Loi, Adalberto Vallega dovrebbe essere una specie di guru della geografia sistemica, antividaliano per definizione.
Per esempio il suo Geografia umana. Teoria e prassi, Le Monnier Università 2004 (vedi online almeno l’indice e l’introduzione, in PDF) sembra un libro bellissimo.
Epperò vedi il suo Il mondo verso il 2000, testo per le scuole superiori edito da Le Monnier - Telespazio (ovvero da una società del gruppo IRI-STET “concessionaria esclusiva del Ministero delle Poste e Telecomunicazioni per la realizzazione e la gestione dei sistemi di telecomunicazioni via satellite in Italia”; forniscono solo le foto via satellite, ma è una specie di imprimatur dello Stato).
Bé, a parte che questo Vallega è più vidaliano dei vidaliani, quando si arriva a parlare di culture umane non riesce a trattenersi e anche lui biasutta…
[E non mi si dica che è un libro "scolastico" e Vallega si sente in dovere di adeguarsi ai "programmi ministeriali"… Belàn, il libro è del '92. C'erano già i Brocca.]
Il capitoletto si intitola “Le grandi differenze: le razze”. Cito:

Ogni popolazione ha un modo diverso di affrontare i problemi relativi alla natura, allo sfruttamento delle risorse, alla realtà sociale: questo dipende molto dalla sua cultura, dalle radici storiche, dalle relazioni che, durante la loro storia, ha intrattenuto con altre popolazioni. Valutare l’incidenza dei fattori culturali sull’evoluzione delle popolazioni è impresa molto ardua.

Molto politically correct, vero? Ma prosegue:

Ci limiteremo a fare alcune considerazioni di carattere generale sui principali elementi distintivi: la razza, la lingua e la religione.

Iniziamo a smarronarci. Sarà bene fare un distinguo:

Va premesso che gli scienziati incontrano sempre maggiori difficoltà nel classificare le razze umane. Una razza umana potrebbe essere definita come un gruppo di individui che hanno in comune un insieme di caratteri ereditari assenti nelle altre popolazioni. Questa definizione, tuttavia, è adeguata soltanto in apparenza: con l’approfondirsi delle ricerche, infatti, è apparso sempre più difficile isolare le caratteristiche che differenzierebbero le varie razze, al punto che per molti scienziati è più corretto parlare di tipi umani in evoluzione.

Questo miscuglio tra “cultura” e “caratteri ereditari” fa capire perché oggi etnia sia solo un sinonimo elegante di razza, senza mutare il concetto. Infatti Vallega non dice che le razze non esistono, parla solo della difficoltà di distinguerle. Questi mezzosangue ci stanno rovinando il lavoro: quanto sarebbe più comodo con le razze pure!
Ed eccoci:

In ogni caso, [Capito? In ogni caso, chissenefrega] in linea di massima si possono identificare due razze settentrionali (pelle chiara) e due razze meridionali (pelle nera).

Vi risparmio la classificazione, raffinatamente suddivisa in “sottorazze”; e la parte sulle migrazioni che “hanno provocato molti incroci razziali, dai quali sono derivate razze miste” (ma è bello sapere che esistono i meticci, i mulatti e gli zambos).
Eccoci dunque all’epilogo, così vedi cosa succede quando si miscuglia tra razze e culture.

Se esaminiamo la storia moderna, a partire dalla rivoluzione industriale, possiamo constatare che:

  • la razza europoide è stata la protagonista delle grandi trasformazioni tecnologiche ed economiche fino agli anni Sessanta del nostro secolo;
  • la stessa razza ha prodotto le ideologie (liberalismo, comunismo) che hanno maggiormente inciso sulla trasformazione del mondo;
  • a partire dagli anni Sessanta, soprattutto grazie all’evoluzione della società giapponese, componenti della razza mongolica hanno apportato contributi notevoli alle trasformazioni dell’economia internazionale.

Non riesco, davvero non riesco a commentare.
Mi viene solo in mente che a chi parla del “predominio culturale dei comunisti” nella scuola italiana è sfuggito qualcosa.

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[marzo 2007]

In appendice a questo post facevo comparire, con molta leggerezza, “due link cugini, per serendipità”: la recensione di Giovanni Monastra a L. L. Cavalli-Sforza, Geni, popoli e lingue, Adelphi, Milano 1996, e tutto il sito su cui quella recensione compariva. Con molta leggerezza, perché a ben vedere si tratta di un sito razzista e fascista senza troppi veli (tra le sue fonti, Julius Evola e Alain de Benoist). Chiedo scusa a chi mi legge; ma la citazione serva ancora come esempio della merda che circola su questi temi.

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