Apocrifo petrarchesco
Francisci Petrarcae Rerum vulgarissimarum fragmenta
CCCLXVII
O dolce tazza sopra cui sedevo
in pace al mondo et alle mie budella,
loco che ‘l popol tutto «cesso» appella
ma non cessò già mai di dar sollievoe rifugio, e conforto: i’ mi perdevo
nella meditazion più lieta e bella.
Dov’è or la quiete, de’ miei parti ancella?
L’aspra mia sorte meco pianger devo:pace non ò, ché soffro di colite
e guerra ognor mi fa la stitichezza;
se non è sciolta, ahi lasso, è troppo dura.Le mie doglie intestine et inaudite
fan conoscere, in pianto e in amarezza,
come nulla qua giù diletta e dura.
andrsci:
“Fanno conoscere in pianto e in amarezza” non è un endecasillabo.
(sono capitato qui per caso, cercavo un’altra cosa e l’ho trovata: posso chiederti da dove hai pescato l’immagine di Cecco Angiolieri?)
Grazie.
23 Settembre 2009, 11.21Andrea
Catalepton:
Acc… mi era sfuggito. Grazie della segnalazione.
Che vergogna. Diciamo
con brutti accenti 3, 6, 10?
23 Settembre 2009, 14.05Per l’immagine di Cecco: se intendi questo, non è Cecco ma Peire Vidal. Immagini di Cecco, purtroppo, non ne ho trovate. Sorry.
andrsci:
Intendevo quello.
Anch’io, non ne ho trovate, per questo mi chiedevo.
Bello il tuo blog.
1 Ottobre 2009, 06.04