Seventy-five Bands

75 Bands

Devo alla segnalazione di Donatella questo gioco-réclame della Virgin.

Nell’immagine si allude ai nomi di 75 gruppi musicali (ovviamente ci sono solo quelli prodotti dalla Virgin).

Per giocare ci vuole un’immagine un po’ più grande (1280×748 possono bastare?).

Qualche suggerimento per iniziare: Guns’n'Roses, Scissor Sisters, The Smashing Pumpkins, Alice in Chains, The Queen… con i Sex Pistols

Aggiungi un commento 14 Maggio 2008, 11:30 catalepton


Carrette del mare

Immigrants on an Atlantic liner, 1906. Foto di Edwin Levick (1869-1929)

Immigrants on an Atlantic liner: 10 dicembre 1906, ponte della S.S. Patricia, foto di Edwin Levick (1869-1929) dalla Prints and Photographs Reading Room della Library of Congress.

Il titolo non è peregrino:

‘pena giunti in alto mare
bastimento si ribaltò

Le parole della mamma
son venute la verità

(da Mamma mia dammi cento lire; ma vedi anche Il tragico naufragio del vapore Sirio)

Aggiungi un commento 11 Maggio 2008, 23:23 catalepton


Ultima cena

L'ultima cena di Cocreta

Dal catalogo Cocreta (è un idiotismo per croqueta), segnalato da Web Design Index by Content .03, The Pepin Press, Amsterdam & Singapore, 2007 (un repertorio che consiglio vivamente a gioder).

Aggiungi un commento 10 Maggio 2008, 00:10 catalepton


Bibamus, mea Lesbia

Poculum (Roma, circa 280 a.C.)

Della pruderie dell’abate Rigord nel tradurre Catullo ho già detto. I basia del carme 5 gli sono di tanto imbarazzo che li mette addirittura in un’Appendice “di quelle Catulliane composizioni, onde detratte si sono a più acconcio espurgamento alquante voci, ed altre surrogate”.

Beviam mia Lesbia, scherziam davvero
Ed il ronzìo di quanti siano
Vecchi più critici stimiamo un zero.
E vanno, e vengono i dì; ma poi
Che un breve giorno tramonta, ahi! devesi
Notte perpetua dormir da noi.
Dammi di ciotole per mio contento
Mill’e poi cento, quindi prontissima
Mille altre versami con altre cento
Poi torna a porgere, finché ti paia,
Sian altre mille, poi cento aggiungimi,
E poi bevuteci tante migliaia;
Di ben confonderle siam pronti all’opra,
Che non sappiamle, che non c’invidii
Se tanto numero mal uom discopra.

(Luigi Maria Rigord [1739-1823], da C. Valerio Catullo tradotto dal padre Luigi M. Rigord della Compagnia di Gesù, Malta, F. Naudi, 1839, p. 119)

L’impeto censorio costringe Rigord a stravolgere. L’operazione non è priva di finezza, visto che la connessione tra invito a bere e invito a vivere è topica. Peccato che l’effetto sia da coma etilico.

* * *

Di Catull. 5 e della sua fortuna intertestuale avevo iniziato a sproloquiare nel post Fidenziani, catulliani; abbozzo ora una pagina nella sezione “Analisi contrastiva di traduzioni”.

* * *

Il poculum l’ho preso dal British Museum:

Black Gloss drinking cup (poculum) with a painted inscription

Roman, around 280 BC
From Latium, western Italy
An early example of mass-produced Roman pottery

From the third to the first centuries BC workshops in western Italy produced black-glazed vessels derived from similar vases made in the formerly independent Greek cities of the south. The black gloss pocula (drinking cups) of Rome and southern Etruria are a typically hybrid product of third century Italy, combining a traditional local shape with painted decoration influenced by the Greek cities of southern Italy and stamped decoration of a type very common in Rome and the surrounding area. This cup has both a painted leafy band on the interior and four small stamped rosettes, incompletely impressed. The painted inscription, also on the interior, reads ‘Aecetiai pocolom’, or ‘Aecetia’s cup’. The name is not otherwise known, but may be either the name of the cup’s owner, or of a deity to whom it was dedicated.

Bibliografia

  • S. Walker, Roman art, London, 1991.
  • P. Roberts, “Mass-production of Roman fine wares”, in Pottery in the making: world-5, London, The British Museum Press, 1997, pp. 188-93.

1 commento 9 Maggio 2008, 00:40 catalepton


Per il conforto della truppa

Rebus dalla 'Settimana Enigmistica' n. 3934, p. 10

Sono indeciso se questo rebus (dalla Settimana Enigmistica n. 3934, p. 10) sia anodino riferimento alla Razione K o tardivo tributo a Razione K.

Aggiungi un commento 8 Maggio 2008, 00:10 catalepton


Vienna ladrona

Carlo Stragliati, Episodio delle Cinque Giornate di Milano in Piazza Sant'Alessandro, 1898 (Museo del Risorgimento di Milano)

Un forte nucleo di opposizione era presente in Lombardia: lo animavano proprietari terrieri, imprenditori industriali, funzionari di ceto borghese, professionisti, intellettuali. Era la parte più dinamica dell’aristocrazia e della borghesia lombarde, per più ragioni insoddisfatta della dominazione austriaca: la mancanza di qualsiasi autonomia amministrativa e politica da Vienna; la presenza di un esercito di occupazione transalpino, mentre una ferma obbligatoria di otto anni costringeva i coscritti lombardi e veneti a lunghi servizi fuori d’Italia; l’imposizione di un sistema doganale che gravava di dazi i traffici del Lombardo-Veneto con la Francia, il Piemonte e gli altri stati italiani; il sospetto, infine, che Vienna sottraesse risorse al regno attraverso un sistema fiscale iniquo, giovandosi delle ricchezze della Lombardia per diminuire il cronico deficit di bilancio dello stato asburgico.

(da Marco Fossati - Giorgio Luppi - Emilio Zanette, La città dell’uomo, vol. 2, Bruno Mondadori, Milano, mi pare 1999: ma è tanto per dire, una citazione così potrebbe venire da qualunque manuale di storia)

1 commento 7 Maggio 2008, 00:20 catalepton


Ultima cena

Ron Burns, Dinner and drinks with the Son of Dog

Ron Burns, Dinner and drinks with the Son of Dog, acrylic on canvas, 36″ x 72′’.

Aggiungi un commento 6 Maggio 2008, 00:15 catalepton


Ladre di bambini

Lola Ponce (Esmeralda) e Giò Di Tonno (Quasimodo) in 'Notre-Dame de Paris' di R. Cocciante - L. Plamondon

Parlo troppo spesso di luoghi comuni, di stereotipi? Un motivo c’è.

“Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”: è il Teorema di Thomas, puntualmente chiamato in causa da Antonio Vigilante. Visto l’attuale frangente mediatico, visto che gli stereotipi assunti come reali da TV e giornali producono realtà, direi che la mia attenzione è più che giustificata.

Vedi per esempio la leggenda metropolitana della zingara “ladra di bambini”.

Già prima non era facile spiegare che si tratta, appunto, di una leggenda: c’era sempre quello che l’aveva sentita con le sue orecchie da persona di assoluta fiducia (“mio cuggino, mio cuggino…”). Ma quando Chi l’ha visto? prende per buone e diffonde le farneticazioni su pseudorapimenti zingareschi (vedi il caso Tuvoni, vedi il caso Pappalardi), la leggenda diventa realtà e la ggente inizia a denunciare “veri” tentativi di rapimento.

E la leggenda rientra dalla porta, come dimostra (tanto per fare un esempio) l’improvvido Arkannen quando allude alla cosa su it.istruzione.scuola:

Come quella delle zingare fermate dalla polizia 77 volte per furto e altrettante volte rilasciate e che se ti portano via un bambino dal passeggino neanche le arrestano perché la sottrazione di minori non è mica cosa tanto grave.

(Arkannen, E ora sono cazzi, 28 aprile 2008)

Alle obiezioni, l’improvvido risponde citando una fonte autorevolissima: il Corriere della Sera.

Certo, per fortuna Lisa smonta l’accusa con una serie di controcitazioni:

Ma il meccanismo di “costruzione sociale della realtà”, una volta avviato, è inarrestabile. Il caso ripreso dai giornali è quello di una donna che “ha riferito ciò che ha percepito circa le intenzioni della romena”. La sua percezione della realtà si è sostituita alla realtà; e solo per caso il rapimento immaginario non si è trasformato in vera condanna. Ma se il giudice ha valutato con equilibrio, non altrettanto si può dire dei giornalisti. E vedi bene che questo caso montato sul nulla ha prodotto un’ulteriore realtà: per gente come Arkannen l’argomento è diventato degno di uso dialettico, è entrato nel campionario dell’argomentazione politica.

Il caso “sardo” di Tuvoni è affatto identico: si tratta di storie di rapimenti, non suffragate da alcuna prova (neanche quella del DNA). In casi del genere il giornalista dovrebbe comportarsi come il medico di fronte all’eziologia fantastica ipotizzata dal paziente ipocondriaco; ma evidentemente l’uso deontologico del condizionale (”l’imputato avrebbe ucciso la suocera”) non vale in questi casi (detto per inciso, non vale neanche per le lacrime delle varie Madonne).

Allora, per “smontare” anche questo luogo comune, qualora non bastasse l’”insufficienza di prove”, varrà richiamarne le origini puramente mitiche.

Il tòpos della “zingara ladra di bambini” fa infatti il paio con quello degli ebrei untori (o, se preferite, dei comunisti pedofagi), e si ritrova com’è noto in Notre-Dame de Paris (1831) di Hugo; ma è già nella Gitanilla (1613) di Cervantes, nel cui incipit troviamo peraltro un bell’accumulo di stereotipi zingareschi:

Parece que los gitanos y gitanas solamente nacieron en el mundo para ser ladrones: nacen de padres ladrones, críanse con ladrones, estudian para ladrones y, finalmente, salen con ser ladrones corrientes y molientes a todo ruedo; y la gana del hurtar y el hurtar son en ellos como acidentes inseparables, que no se quitan sino con la muerte.
Una, pues, desta nación, gitana vieja, que podía ser jubilada en la ciencia de Caco, crió una muchacha en nombre de nieta suya, a quien puso nombre Preciosa, y a quien enseñó todas sus gitanerías y modos de embelecos y trazas de hurtar.

E ritorna ad esempio nel Trovador (1836) di Antonio García Gutiérrez (1813-1884), da cui Il trovatore verdiano (su libretto di Salvatore Cammarano):

Ferrando
Abbietta zingara, fosca vegliarda!
Cingeva i simboli di una maliarda!
E sul fanciullo, con viso arcigno,
L’occhio affiggeva torvo, sanguigno!…
D’orror compresa è la nutrice…
Acuto un grido all’aura scioglie;
Ed ecco, in meno che il labbro il dice,
I servi accorrono in quelle soglie;
E fra minacce, urli e percosse
La rea discacciano ch’entrarvi osò.

Coro
Giusto quei petti sdegno commosse;
L’insana vecchia lo provocò.

Ferrando
Asserì che tirar del fanciullino
L’oroscopo volea…
Bugiarda! Lenta febbre del meschino
La salute struggea!
Coverto di pallor, languido, affranto
Ei tremava la sera.
Il dì traeva in lamentevol pianto…
Ammaliato egli era!
(Il Coro inorridisce)
La fatucchiera perseguitata
Fu presa, e al rogo fu condannata;
Ma rimaneva la maledetta
Figlia, ministra di ria vendetta!…
Compì quest’empia nefando eccesso!…
Sparve il fanciullo e si rinvenne
Mal spenta brace nel sito istesso
Ov’arsa un giorno la strega venne!…
E d’un bambino… ahimè!… l’ossame
Bruciato a mezzo, fumante ancor!

Coro
Ah scellerata!… oh donna infame!
Del par m’investe odio ed orror!

(Il Trovatore, Atto I, scena 1)

Come si vede, qui il rapimento del bambino s’associa all’altrettanto topico olocausto.

Ma le origini dello stereotipo (vera e propria leggenda magica) sono molto, molto più lontane: ovviamente penso al racconto di Trimalchione in cui il bambino rapito dalle strigae, mulieres plussciae, viene sostituito con un fantoccio:

“Cum adhuc capillatus essem, nam a puero vitam Chiam gessi, ipsimi nostri delicatus decessit, mehercules margaritum, et omnium numerum. Cum ergo illum mater misella plangeret et nos tum plures in tristimonio essemus, subito strigae coeperunt; putares canem leporem persequi. Habebamus tunc hominem Cappadocem, longum, valde audaculum et qui valebat: poterat bovem iratum tollere. Hic audacter stricto gladio extra ostium procucurrit, involuta sinistra manu curiose, et mulierem tanquam hoc loco — salvum sit, quod tango! — mediam traiecit. Audimus gemitum, et — plane non mentiar — ipsas non vidimus. Baro autem noster introversus se proiecit in lectum, et corpus totum lividum habebat quasi flagellis caesus, quia scilicet illum tetigerat mala manus. Nos cluso ostio redimus iterum ad officium, sed dum mater amplexaret corpus filii sui, tangit et videt manuciolum de stramentis factum. Non cor habebat, non intestina, non quicquam: scilicet iam puerum strigae involaverant et supposuerant stramenticium vavatonem. Rogo vos, oportet credatis, sunt mulieres plussciae, sunt Nocturnae, et quod sursum est, deorsum faciunt. Ceterum baro ille longus post hoc factum nunquam coloris sui fuit, immo post paucos dies freneticus periit.”

(Satyricon LXIII, corsivo mio)

In realtà, poi, il tòpos ha una radice ancor più profonda - e in questo senso la Gitanilla, Notre-Dame de Paris e il Trovador ne sono solo attestazioni seriori: il rapimento sta a monte dei più classici espedienti agnitivi (nella commedia almeno dalla Nea, nel romanzo già in Caritone).

*    *   *
En passant, trovo una collezioncina di immagini di e da Hugo e Images d’Esmeralda, a cura di Michel Thiébaut.

2 commenti 5 Maggio 2008, 00:05 catalepton


Loci communes

Caparezza

Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista
Il secondo album è sempre il più difficile…
Il secondo album è sempre il più difficile nella carriera di un artista
Il secondo album è sempre il più difficile…

Italiani brava gente, italiani dal cuore d’oro,
l’ Italia è una repubblica fondata sul lavoro,
di santi, di poeti, di mafiosi e navigatori,
ma tutti rivorrebbero tra le dita la Montessori…

Inglesi, professori che non imparano un’altra lingua,
Inglesi, non dovranno mai cambiare moneta,
Inglesi, guideranno sempre dal lato sbagliato,
per questo chi va a Londra so che ritorna un po’ cambiato…

I neri giocano bene a pallacanestro,
hanno il ritmo nel sangue ed il pisello grande…
I bianchi sui tavoli verdi li trovi ridotti in mutande,
ogni bianco invidia il pisello grande…

Dicono che gli arabi scrivono al contrario
Mohammed ha detto che io scrivo al contrario,
dunque ogni cosa giusta rivela il suo contrario
e se non sei d’accordo mi dispiace per te!

(rit.)

Le camicie rosse ricucirono il paese,
le camicie nere lo portarono alla guerra,
le camicie verdi vi si son pulite il culo
gli stilisti dello stivale sono quelli più apprezzati…

Quando c’era lui i treni partivano in orario…
quando c’era lui ci deportavano in orario…
quando c’era lui non c’eravamo noi,
che se c’eravamo noi saremmo stati impallinati…

E allora votami e vedrai, ti trovo un posto di lavoro,
votami e vedrai che non ti farai male,
votami e vedrai, da domani ti vorrò bene
figliolo, una volta qui era tutta campagna elettorale…

Vuoi fare il cantante? Ti servirà una spinta.
Vuoi fare l’assessore? Ti servirà una spinta.
Vuoi fare carriera? Ti servirà una spinta.
Sull’orlo di un burrone avrai bisogno di una spinta…

(rit.)

Calciatori miliardari che rincorrono un pallone
Musicisti miliardari che rincorrono il successo
Industriali miliardari che rincorrono la gnokka
Col Superenalotto faccio il botto, mi tocca…

Non sono sposato, diciamo che convivo,
non sono disoccupato, diciamo che sto studiando,
non sono un delinquente, diciamo che mi arrangio,
diciamo diciamo diciamo diciamo diciamo un sacco di cazzate!

Non guardare Devilman: diventi violento,
non leggere Spiderman: diventi violento,
non ascoltare Method man: diventi violento
figurati cos’è restare un giorno in parlamento

I politici no no, non sono più quelli di una volta
le donne no no no, non sono più quelle di una volta
io no no no no, non sono più quello di una volta:
solo la retorica è rimasta la stessa…

(rit.)

(Caparezza, “Il secondo secondo me”, da Verità supposte, 2003)

Aggiungi un commento 4 Maggio 2008, 00:45 catalepton


Da Auster a Calle

Un fotogramma da 'Auggie Wren's Christmas Story' (in 'Smoke', 1995)

Accennando a Smoke (1995), il film di Wayne Wang sceneggiato da Paul Auster, mi sono ricordato che i titoli di coda raccontavano per immagini Auggie Wren’s Christmas Story (1990; leggilo in appendice a Paul Auster, Esperimento di verità, Torino, Einaudi, 2005).

Lo puoi vedere su YouTube. La colonna sonora è di Tom Waits: Innocent when you dream.

In parallelo, ricompongo prima vaghi poi angoscianti ricordi del Beaubourg nel 1999 - una sala dedicata a Sophie Calle che vi esponeva le foto della serie Les Aveugles (l’artista ha domandato a dei ciechi quale fosse la loro idea di Bello, e ha giustapposto il ritratto del cieco, le sue parole e una rappresentazione di cio che egli aveva descritto: un lavoro sullo sguardo e sull’assenza), e i sette volumi di Double-Jeux (Arles, Actes Sud, 1998), in cui si intrecciano la vita di Sophie Calle e Leviathan di Paul Auster.

[Vedi anche la galleria dedicata a Sophie Calle su artnews.org.]

Aggiungi un commento 3 Maggio 2008, 00:05 catalepton


Geograficamente

Geograficamente, la copertina

Dunque non sono il solo a spulciare i manuali scolastici di geografia. Ed è un bene che questo accada anche fuori dai consigli di classe:

La geografia del mondo che cambia
C’era una volta la geografia politica. Era soprattutto superficiale, in molti sensi: descriveva confini e mari, fiumi e città, viste dall’alto o di fianco. Qualcuno sospettava che si trattasse niente più che di un insieme di testi e di cartine, preparati dagli stati maggiori, per portare guerra o difendere la patria. Vi era poi un effetto singolare di distorsione. Le città e i fiumi vicini apparivano nel racconto più importanti degli altri, tanto che si dedicavano loro più pagine e più attenzione.
Adesso è cambiata, la geografia, e forse perfino la politica sta cambiando, anche se non bisognerebbe mai essere troppo ottimisti. È un fatto che ora si cerca di mostrare tutto il pianeta, com’è e con quali problemi; come potrebbe essere e cosa si debba sapere per cominciare a modificarlo; in meglio.
C’è dunque il confronto sorprendente con i vecchi tempi e la vecchia politica che imbrigliava la geografia nei manuali (e nelle teste) d’allora; e c’è anche la possibilità che ogni ragazzo e ogni ragazza delle medie porti con sé (nel suo pesante zaino), quanto basti per partecipare attivamente al cambiamento delle cose del mondo. O almeno sapere di che si tratta. Tutto questo viene in mente consultando “Geograficamente“, l’opera in tre volumi preparata da Manlio e Federico Dinucci, padre e figlio, con la collaborazione di Carla Pellegrini e pubblicata da Zanichelli.
Regioni, paesi d’Europa, paesi del mondo, vincoli dei programmi ministeriali compaiono in ciascuno dei tomi come una sorta di appendice che complessivamente vale un terzo dello spazio. Il resto è dedicato a Noi e l’ambiente europeo, Noi cittadini d’Europa, Noi cittadini del mondo. È notevole la proposta sull’ambiente europeo. A chi legge, si mostra in primo luogo come si contano gli oggetti geografici e come li si misura. Non importa tanto che il giovane lettore si ricordi quanto sia lungo il fiume più lungo, ma che impari a misurarlo, lo collochi nel suo spazio e capisca perché è importante. Gli autori condividono i loro segreti con i ragazzi; cercano insomma di suggerire come si possano maneggiare gli strumenti che consentono di conoscere la portata del fiume, la regolazione delle acque, il loro uso.
L’Europa, nel secondo tomo, viene descritta come il nostro mondo di riferimento, un mondo complesso, con molte religioni, abitudini, storie, cibi, culture che arrivano spesso da molto lontano, ma sono tutti possibili, tutti validi, nessuno obbligatoriamente meglio degli altri. Si tratta di non perderne nemmeno uno, perché sarebbe un impoverimento generale. E si parla di lingue, di euro, di industria, di istruzione, di sport, di condizione della donna, di lavoro minorile, di emigrazione, di diritti. Questa è l’Europa in cui i ragazzi di oggi vivranno domani; questa è l’Europa da imparare a menadito, da correggere subito negli errori che i vecchi europei hanno lasciato crescere. L’Europa, tra vent’anni, sarà tutta di questi ragazzi che oggi stanno imparando a conoscerla. Europa come insieme di persone che devono subito imparare a capirsi.
Poi viene il mondo. Come si diventa cittadini del mondo? Cosa bisogna sapere? I temi, trattati con parole accessibili, ma senza semplificazioni, sono il mosaico dei popoli, la globalizzazione, le questioni sociali, le grandi sfide del XXI secolo. Quest’ultimo capitolo, ad esempio, tratta sette argomenti: garantire i diritti umani, rendere più democratiche le Nazioni unite, creare un nuovo sistema energetico, combattere il riscaldamento globale, affrontare la crisi idrica, ridurre l’inquinamento, preservare le foreste. Di ogni argomento sono indicati gli aspetti essenziali in due pagine, poi si apre una discussione indicando pro e contro per posizioni diverse nella classe. Nel caso dell’acqua: è un bene privato o comune? Chi vuole, ha argomenti per discutere. Chi preferisce passare la mano, chi non se la sente di dire subito la sua, non per questo è perduto. Non ha ancora un’idea precisa; col tempo, se ne farà una. Geograficamente gli sarà servito.

(Guglielmo Ragozzino, “La geografia del mondo che cambia”, Il manifesto, 26 aprile 2008, p. 17)

Il testo in questione è Manlio Dinucci - Federico Dinucci, Geograficamente, Zanichelli, Bologna, 2008, così suddiviso:

  • Volume 1 - Noi e l’ambiente europeo, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 2 - Noi cittadini d’Europa, 328 pp. (€ 19,70)
  • Volume 3 - Noi cittadini del mondo, 360 pp. (€ 21,20)
  • Idee per insegnare, con CD-ROM delle Prove, 400 pp.

In attesa di poter dare anch’io un’occhiata, riporto la striminzita scheda della Zanichelli:

Geograficamente vuole formare cittadini responsabili, capaci di osservare il mondo da un punto di vista geografico.
È un libro che parte dai fatti e dall’esperienza quotidiana per arrivare ai concetti. Per esempio, mostra che in un piatto di pastasciutta sono presenti tutti i settori dell’economia: il primario con la farina e i pomodori, l’argilla di cui sono fatti i piatti e i metalli delle pentole; il secondario con i pastifici, le industrie ceramiche e quelle metallurgiche; il terziario che commercializza la pasta e la fa arrivare nei supermercati; il terziario avanzato che crea gli spot pubblicitari alla televisione. Così la materia diventa viva e stimolante agli occhi dei ragazzi.
Ciascun argomento è trattato in un paragrafo, che può essere svolto in un’ora di lezione.
Lo stile di comunicazione, basato sulle immagini, è vicino alle esperienze multimediali degli studenti.
Ogni paragrafo è accompagnato da un approfondimento (Visto da vicino) spesso incentrato su un tema sociale o ambientale.
Ai termine di ciascuna unità si trova un Invito alla lettura, con racconti, articoli e testi di argomento geografico.

Aggiungi un commento 2 Maggio 2008, 00:10 catalepton


Etnia: questione di identità (2)

Giancarlo Esposito

Se non sai di cosa stiamo parlando, vedi la puntata precedente o, meglio ancora, segui il discorso dall’inizio.

Dovremmo essere d’accordo che il processo di costruzione dell’identità non è solo individuale ma anche personale (sociale, multiplo) e collettivo (di gruppo, etnico, nazionale). Continuo a “schedare” Antonio Marazzi, Lo sguardo antropologico, Carocci, Roma, 1998 (i corsivi sono miei):

Il limite degli approcci psicologici all’identità etnica sta non in ciò che riguarda il primo termine, ma il secondo. Nell’oggetto di questo senso di appartenenza. Nel contenuto dell’etnicità. Il problema deriva dal fatto che quello di “etnicità” è per sua natura un concetto spurio, comprendente due poli, che possiamo chiamare rispettivamente affettivo e sociologico.
Un percorso che possiamo considerare intermedio tra questi due poli è quello proposto da Denis-Constant Martin (The Choices of Identity, in “Social Identities”, I, 1995, pp. 5-20). Il senso di appartenenza sarebbe il risultato di una selezione di quei sentimenti intorno ai quali si organizza una comune visione del mondo e del rifiuto di altri. Tre sarebbero le aree comprese in questa visione del mondo: rapporti con il passato, con lo spazio e con la cultura.
Il gruppo sente di possedere forti radici nel passato, di avere avuto un ruolo nella storia, il più delle volte di essere stato perseguitato, di avere subito violenze e ingiustizie. Una ricostruzione di memorie collettive fornisce un quadro coerente con l’immagine utilizzata dal gruppo per presentarsi nell’attualità.

(A. Marazzi, op. cit., p. 152)

È importante insistere sul fatto che non si tratta di “realtà”, ma di una autorappresentazione. L’identità “etnica” (in cui, come vedremo, andrebbe compresa anche l’identità “nazionale”) si basa su un’idea di radici storiche e di caratteri genetici propri ed esclusivi che quasi mai trova conferma storica o genetica. A proposito di “miti fondatori” e di “antenati comuni”, è emblematico il caso proposto da Guido Barbujani:

La società dell’Uzbekistan è tradizionalmente strutturata in tribù, divise in clan e questi ultimi divisi in famiglie. Tutte queste entità vengono fatte risalire a un comune antenato lungo la linea di discendenza maschile: ogni tribù è convinta di discendere da un unico, remoto fondatore. Se è così, i cromosomi Y, quelli trasmessi di padre in figlio insieme al cognome, dovrebbero essere tutti identici all’interno di questi gruppi. I ricercatori coordinati da Evelyne Heyer e Lluis Quintana-Murci, del Museo dell’Uomo di Parigi, sono andati a controllare. Hanno visto che in effetti all’interno della stessa famiglia i maschi, con poche eccezioni, hanno lo stesso cromosoma Y, ma le cose non stanno già più così se si passa ai clan, e all’interno della stessa tribù ci sono già tante differenze quante ne esistono fra tribù differenti. In altre parole, questi gruppi si mantengono compatti richiamandosi alle comuni radici biologiche e a un’eredità trasmessa di padre in figlio, ma nei fatti l’antenato comune delle tribù è un’invenzione.

(Guido Barbujani, L’invenzione delle razze, Bompiani, Milano, 2006, pp. 162-163; bibliografia a p. 170)

Ma torniamo a Marazzi:

Il senso di appartenenza si fonda anche sull’affermazione di radici territoriali: il luogo degli antenati, delle origini. Si afferma inoltre come un uso particolare dello spazio sociale: il luogo dove si possono esprimere i propri modi caratteristici di vivere, celebrare i propri riti. Luoghi spesso contesi, sentiti come usurpati da altri, stranieri o maggioranza dominante.
Quanto ai tratti culturali, una loro riformulazione in termini di identità prevede una selezione di quelle tradizioni di un passato individuale o collettivo che diventano emblematiche e vengono presentate come perenni. A questi tratti culturali selezionati viene attribuito un particolare sapore, una forte carica affettiva.
Questi tre elementi potrebbero bene illustrare ciò che viene comunemente inteso come il contenuto dell’etnicità. Martin però evita questo termine e parla di identità di gruppo, prendendo così le distanze da quella reificazione che è nei modi con cui sono espressi questi percorsi di identità. Egli anzi insiste sugli ampi margini di libera scelta in questi processi di identificazione: appartenenze assunte per nascita e poi abbandonate per assumerne altre. L’identificazione a un particolare sistema simbolico, a una determinata visione del mondo, sarebbe sempre il risultato di una scelta. È una posizione che rappresenta un approccio situazionale all’identità.

(A. Marazzi, op. cit., pp. 152-153)

Lasciato da parte il “polo affettivo”, Marazzi passa a considerare il “polo sociologico” (e mi si perdoni se sorvolo sulla sua critica della “razza” come mito sociale: spero non sia necessario insistere ancora):

Caratteri esteriori, di origine inequivocabilmente culturale, che contribuiscono a identificare un’etnia riguardano l’abbigliamento e interventi sul corpo come tatuaggi e mutilazioni. Modi di comportamento caratteristici utilizzati per creare delle specificità etniche sono stati chiamati i “costumi” di un popolo: dal cibo consumato alle tecniche di allevamento dei figli, al carattere guerriero o meno, agli aspetti cerimoniali e ludici, alle regole di etichetta.
Quanto all’organizzazione sociale, una specificità etnica è stata attribuita alle forme familiari e ai sistemi di parentela, ai modi di organizzazione politica e ancor più oggi ai sistemi economici adottati per lo sfruttamento dell’ambiente: un aspetto, quest’ultimo, che ancorava il gruppo etnico al territorio, rinforzando l’immagine della sua fissità. I vari gruppi etnici potevano quindi essere classificati come cacciatori-raccoglitori, pastori, agricoltori seminomadi o sedentari.
L’ideologia etnica riguardava i miti, a partire da quelli di fondazione del gruppo, le credenze religiose, le narrative storiche e tutto quanto contribuiva a formare un comune senso di appartenenza esclusiva. Questo processo di identificazione dei tratti caratteristici di una popolazione ha portato all’attribuzione di un’identità etnica ai singoli membri: si trattava di un’attribuzione fatta dall’esterno, in base a dati raccolti e interpretati da estranei, che non derivavano dalle percezioni di chi apparteneva a quelle culture.

(A. Marazzi, op. cit., p. 154)

Mi limito a rimarcare che l’identità etnica può essere tale per autoattribuzione o per “attribuzione fatta dall’esterno”.

Come anticipavo, l’identità “nazionale” può essere considerata in modo analogo all’identità “etnica”:

Elementi in parte simili e in parte originali concorrono, nell’analisi fatta da alcuni autori, al formarsi di identità nazionali negli Stati moderni. Si è sostenuta una “origine etnica delle nazioni”. L’espressione è di Anthony Smith (The Ethnic Origin of Nations, Blackwell, Oxford, 1986), secondo il quale le nazioni si sarebbero formate dalla fusione, in diverse combinazioni, di due dimensioni: quella civica e territoriale da una parte, e dall’altra quella etnica e genealogica.
Una serie di fattori concorrono al formarsi di un’identità nazionale: un territorio storico, memorie e miti, una cultura di massa, diritti e doveri comuni, un’economia comune e mobilità territoriale per i membri. Ma l’identità nazionale si combina con altre identità al suo interno - di classe, religiosa, etnica - in una dimensione multipla.
Un senso di identità nazionale, dice Smith (National Identity, Penguin Books, Harmondsworth, 1991, p. 17), “fornisce un mezzo potente per definire e collocare gli individui nel mondo, attraverso il prisma della personalità collettiva e della sua particolare cultura”. Per questo, nonostante i richiami ad altre appartenenze collettive, sovranazionali o etniche, il suo ruolo nell’attuale scenario mondiale è “il più fondamentale e inclusivo”.

(A. Marazzi, op. cit., pp. 154-155)

*    *    *

La foto non è scelta a caso: è l’attore newyorkese Giancarlo Esposito (1958-), nato in Danimarca da un macchinista teatrale italiano e una cantante lirica afroamericana. Come Tommy Finelli, il personaggio da lui interpretato in Smoke e Blue in the face (1995), Esposito (afroamericano? italoamericano?) dimostra quanto possano essere ampi i “margini di libera scelta” nel processo di “identificazione etnica”.

Aggiungi un commento 1 Maggio 2008, 18:00 catalepton


Legend of the Pink Crown

Fornarina 2008 (1)

[Post sovraccarico di immagini, ma non potevo farne a meno.]

Mi hanno educato a diffidare della pubblicità, e non mi piace parlarne. So anche di non possedere tutti gli strumenti che servono per discutere di un mostro ormai così inafferrabile; ma vorrei provare a sottrarre la “critica” su questi temi al circuito autoincensativo e autoreferenziale degli “addetti ai lavori”.

E andando come al solito a caso e alla leggera, m’imbatto in questa campagna pubblicitaria molto glamour per Fornarina: ma nell’intento (warburgiano?) di trovare tracce intertestuali o archetipiche.

La versione Flash (da cui attingo le immagini) rende poca giustizia agli sfondi; ho però sottomano il catalogo cartaceo. E non per gli abusati credits, quanto per far notare quanta gente c’è dietro un lavoro del genere, cito gli art directors (Caterina Aimone e Marco Bragaglia), i fotografi (Francesco Musati e Valentina Aimone), la stylist (Veronica Bertini), il designer (Raffaele Primitivo), e soprattutto Dylan Cole, autore dello spettacolare matte painting. Non si dica poi dell’evidente, immane lavoro di fotoritocco e postproduzione.

Non sono un esperto di supereroi (né sul versante comics, benché mi piaccia molto Preacher, né sul versante cinematografico), e oso accennarne pur senza la dotta consulenza di Eugenio. ;)

Sono tuttavia espliciti i riferimenti al genere. Sin dal titolo (”Legend of the Pink Crown”) la campagna si propone come storytelling epico: la nascita di una supereroina il cui nome, Pink Crown, allude al logo di Fornarina, che compare negli sfondi proiettato à la Batman contro il cielo). Il set fotografico di gargouilles e vetrate neogotiche si sovrappone al matte painting di una megalopoli notturna, ricreando l’inquietante contrapposizione dark di tanta tradizione supereroica (tanto Marvel quanto DC Comics, con particolare riferimento, rispettivamente, a Daredevil e Batman  - soprattutto nelle loro versioni cinematografiche). Non è un caso infatti che Dylan Cole abbia lavorato agli sfondi di The Lord of the Rings, Superman e soprattutto DareDevil.

Due confronti immediati di facile reperimento: Daredevil disegnato da Alex Maleev per la copertina di Daredevil 41 (seconda serie), marzo 2003; e Batman disegnato da Jim Lee (matite) e Scott Williams (chine) per la copertina della seconda ristampa di Batman 608, ottobre 2002.

DareDevil disegnato da Alex Maleev Batman disegnato da Jim Lee e Scott Williams (2002)

La caratterizzazione di Pink Crown come personaggio fumettistico passa anche attraverso il fotoritocco, con una marcata stilizzazione delle linee; ma soprattutto con la scelta di mantenerne per buona parte del catalogo il medesimo “costume”: la scelta, apparentemente paradossale per una collezione di moda, è funzionale all’esigenza di “vendere” un’immagine più che una serie di prodotti (il “catalogo” vero e proprio viene infatti penalizzato rispetto a questa esigenza).

Il personaggio è narrato non solo mediante un’iconografia “standard” (quella del “costume”), ma anche mediante espliciti riferimenti alla sua “genesi” (altro topos supereroico): Pink Crown trae evidentemente i propri superpoteri dalla scarica di un fulmine.

Fornarina 2008 (3)
Fornarina 2008 (4)

Mi piace poi sospettare che l’eroina pubblicitaria voglia alludere, sia pure in modo meno immediato, a un’eroina di carta ma di grande spessore: la Cybersix (alias Adrian Seidelman, professore di letteratura) di Carlos Trillo e Carlos Meglia. Le analogie sono tante, anche al di là dei generici tòpoi dei supereroi (e il fumetto di Trillo e Meglia è stracarico di tòpoi, trattandosi di un metafumetto molto ambizioso). Per esempio Meglia precostruisce i suoi sfondi (anche per serializzare il fumetto) con tecniche teatrali-cinematografiche. Per esempio a Cybersix capita spesso di interpretare la parte di supereroina anche senza “costume”, magari con i tacchi a spillo.
Spero mi verrà voglia di riparlarne; per ora mi limito a giustapporre una bella tavola dal numero 1 di Cybersix (novembre 1993, p. 26: bella per chi regge il nervosismo grafico di Meglia), in cui la cattedrale sconsacrata di Meridiana, con le sue mostruose forme neogotiche, domina sul personaggio (n.b.: qui la voce narrante è, in via eccezionale, quella di Miao Yashimoto)…

Cybersix, n. 1, tavola 24 (testi di Carlos Trillo, disegni di Carlos Meglia)

Aggiungi un commento 30 Aprile 2008, 00:02 catalepton


Mise en abîme

Barbara Lehman, autoritratto da 'The Red Book

Restando in tema di “Libro rosso”, ecco un autoritratto di Barbara Lehman assente nell’edizione italiana.

Aggiungi un commento 29 Aprile 2008, 00:05 catalepton


La fabbrica delle paure

Manganello per una dittatura gentile

Cerco strumenti per contestare questa maledetta “insicurezza percepita”.

Maurizio Pistone mi viene in soccorso con questa pagina:

Nelle vie della mia città vedo appesi ai portoni piccoli cartelli bianchi con una scritta incerta: “Si affitta solo a piemontesi”.
Nei bar, nei luoghi di lavoro, nelle sale d’aspetto, è diffusa la preoccupazione per questa inattesa invasione, che sembra inarrestabile. Sono meridionali, tanti. Poveri, stracciati, un po’ disperati. Prima arrivano i giovani, più arditi, anche un po’ aggressivi; poi, appena si sono sistemati, fanno venire le loro sterminate famiglie, e si sistemano con i materassi per terra, in sei, otto per stanza.
I discorsi dei buoni cittadini sono pieni di preoccupazione. Si sa come sono i meridionali. Non hanno voglia di lavorare, hanno sempre il coltello in tasca, fanno un mucchio di figli che poi lasciano in mezzo alla strada perché non sanno come mantenerli. C’è una grande insicurezza; una volta si usciva di casa senza neanche chiudere la porta; oggi rischi di rientrare e trovare il meridionale che ti svuota l’alloggio, e magari ti dà una bastonata, o peggio. Le donne hanno paura ad uscire da sole; ed anche gli uomini sanno in che in certi quartieri non è il caso di farsi vedere dopo una certa ora.
Certo, molti lavorano, ma sono ancora peggio, perché tolgono lavoro a tanti nostri giovani, accettano salari da fame, accettano condizioni di lavoro tremende, pericolose, malsane; e così fanno una concorrenza sleale, danneggiano anche noi.
Quelli che sono sistemati da qualche tempo, mandano anche i figli a scuola. Le maestre sono preoccupate, non sanno come trattare con questi bambini che parlano in modo strano, non sanno esprimersi né in italiano né in piemontese, ma solo nel loro incomprensibile dialetto, che dividono le classi in due gruppetti rivali, diffidenti.
Questa è la grande istanza che emerge dalla sensibilità popolare. È una sensibilità diffusa, radicata, condivisa. Non è possibile ignorarla. Ma…

Ma…

Ma nessun partito, né grande né piccolo, né di destra né di centro né di sinistra, cerca di trasformare questo sentimento così diffuso, questa domanda così forte, in voti. Non è su questi temi che si combattono le campagne elettorali. La televisione, che esiste da pochi anni, e che ancora pochi hanno, ma ha già un peso fortissimo sulla coscienza comune, non apre ogni telegiornale con la notizia del barese assassino, la banda degli scassinatori napoletani, il siciliano che guidando ubriaco ha travolto e ucciso una bimba. Non si formano le ronde per liberare le strade dai lucani e dai sardi (e pure dai veneti, che non sono meridionali, ma poco ci manca). Non si formulano progetti di legge per espulsioni in massa. Le forze di sinistra non proclamano solennemente che la loro, non quella della destra, è la ricetta sicura per garantire la sicurezza dei cittadini minacciata dal meridionale che delinque.

Traggo ulteriore spunto da una notazione di Nichi Vendola, che osserva come rispetto alla “crisi dell’Italia”

Berlusconi e le destre propongono un racconto credibile, cioè offrono un intero repertorio di capri espiatori per ogni paura generata dalla crisi. In questa società delle mille insicurezze loro sono in grado di regalarti un nemico, l’immagine di uno che è responsabile della tua insicurezza. Nel suo complesso il centrosinistra è stato assolutamente subalterno, contro la fabbrica delle paure non ha proposto una fabbrica delle convivialità o delle speranze.

(”Contro furbizie e veleni, un confronto vero”, intervista di Micaela Bongi e Andrea Fabozzi, Il manifesto, 25 aprile 2008, p. 6)

Un po’ mi consolo: parlare di storytelling (vedi 1 e 2) e di “revisionismi” e “razzismi” del tipo più vario può forse contribuire a smontare questo “racconto credibile”.

Vedo poi l’analisi di Paolo Berdini, che identifica un motivo strutturale dell’insicurezza nella scomparsa della città come “luogo di relazioni economiche e sociali”.

L’insicurezza e le periferie

È vero che le statistiche sulla criminalità dicono che il fenomeno è in buona sostanza stabile. Ma sottovalutare la soglia di allarme sociale a cui siamo giunti sarebbe per la sinistra un errore devastante. È infatti innegabile che la percezione di vivere in città e territori sempre meno sicuri ci coinvolge tutti e davvero non ce la possiamo cavare con un’alzata di spalle. La questione è seria e va affrontata con rigore, prima che le paure fomentate dalla destra riescano a scalfire un altro pezzo del sistema della convivenza civile. Ma con altrettanta chiarezza credo che vadano affrontate anche le cause strutturali del fenomeno. Senza questa analisi si rischia la deriva autoritaria: tutto, anche i writers o i lavavetri, diventa ordine pubblico. Se guardiamo invece allo stato delle nostre città, potremmo cogliere quelle contraddizioni che derivano dai modelli economici imposti dalla globalizzazione.
Sono due le principali caratteristiche della vita urbana. La prima è che si stanno espandendo in maniera impressionante. Siamo a ritmi simili a quelli degli anni ‘60 quando c’era il boom economico e una impetuosa crescita demografica. Oggi siamo a economia stagnante e popolazione ferma ai circa 60 milioni di residenti. E non si venga a dire che le città crescono per quei 3 milioni di immigrati che vivono in Italia! Crescono perché gli investitori finanziari internazionali operano ormai senza ogni regola. Si stanno realizzando centinaia di immensi centri commerciali in ogni città e nelle campagne. Si stanno costruendo dovunque giganteschi alberghi a beneficio dei pochi tour operators che guidano il miliardario mercato turistico globale. Si sta realizzando, infine, un’immensa villettopoli, visto che i prezzi delle abitazioni urbane sono inaccessibili.
L’altra caratteristica della fase di vita urbana è che di fronte a questa espansione urbana si vanno spegnendo uno a uno i luoghi pubblici che formavano i nodi della rete di relazioni sociali. A parte le poche di maggiore grandezza, tutte le stazioni ferroviarie sono senza presidio. Non c’è più personale perché la spesa pubblica è stata falcidiata. I capolinea del trasporto pubblico locale hanno subito lo stesso destino. E che dire della piccola rete commerciale delle periferie urbane che ha rappresentato uno dei rari elementi di socialità nelle nostre tristi periferie? Cancellate dall’apertura dei megastore di cui parlavamo prima.
Insomma le città crescono a dismisura mentre i presidi pubblici vengono chiusi uno dopo l’altro. Ecco il motivo strutturale dell’insicurezza. Il neoliberismo sta cancellando le città come le avevamo ereditate da una secolare tradizione, e cioè luoghi di relazioni economiche e sociali. Oggi tutto è ridotto al solo fattore economico.
Il dramma è che la parte maggioritaria della sinistra è ancora ubriacata dai miti del liberismo e non riesce più ad articolare nessun ragionamento. Non sarebbe difficile sbattere in faccia alla tracotanza securitaria di Alemanno che è proprio la loro concezione liberista ad aver costretto le pubbliche amministrazioni a chiudere servizi e luoghi pubblici. A rendere insomma più povere e insicure le nostre città. Qualche settimana fa sono morte cinque persone nella desolata periferia romana. Investite da un’automobile perché non c’era neppure un marciapiede. Tre delle vittime erano bambini che stavano andando a scuola. Il luogo della tragedia è lontano duecento metri da un gigantesco centro commerciale: si accendono le vetrine del consumo e si spengono città intere.
Allora, insieme alle doverose risposte in termini di prevenzione della criminalità diffusa, apriamo la stagione di un ripensamento della nostra condizione urbana. Ricominciamo a vedere il deserto che c’è nelle periferie. È da lì che sono volati via milioni di consensi.

(Paolo Berdini, “L’insicurezza e le periferie”, Il manifesto, 23 aprile 2008, p. 4)

Le mie fonti parranno monotone, ma non vedo altrove altrettanta lucidità. Concludo perciò con excerpta da un articolo di Laurent Bonelli per Le monde diplomatique, che considera la “svolta securitaria” francese (ma l’articolo va letto tutto):

Uno degli effetti paradossali della flessibilità degli statuti professionali, dell’aumento della precarietà e della crescita delle disuguaglianze economiche che si osserva a partire dai primi anni ‘80, è quello del ritorno automatico e senza dubbio inevitabile, di forme di indisciplina presenti agli inizi della rivoluzione industriale. Infatti, l’incertezza sul futuro rinchiude gli individui in un presente che si accontenta dell’insieme delle opportunità che si presentano, siano esse lecite o meno. Ma, a differenza del XIX secolo, quando questa situazione era generalizzata a tutti gli strati popolari, i disordini urbani, la piccola delinquenza o più in generale la quotidiana «arte di arrangiarsi» vengono oggi tanto più malviste in quanto mostrano una cesura tra i «vecchi operai» e i «giovani senza destinazione» scolastica o professionale. […] Tutto questo provoca, secondo i casi, tentativi di andarsene dal quartiere, un ripiegamento sullo spazio domestico, e perfino degli appelli ai poteri pubblici perché ripristino la loro autorità.
È su questo terreno che si dispiegherà la «svolta securitaria» dei principali partiti di governo, di destra come di sinistra. […] Molti dirigenti politici sono giunti alla conclusione di non poter «riconquistare» questo elettorato che attraverso un inasprimento delle proprie politiche securitarie. Le loro analisi poggiano sul presupposto che esista una «personalità autoritaria» delle classi popolari. Questa filosofia implicita presuppone che queste ultime siano più chiuse verso le minoranze con le quali vivono, più sottomesse all’autorità e più repressive degli altri gruppi sociali. Queste asserzioni sono state da tempo confutate dalle scienze sociali, senza che questo abbia però impedito che venissero riproposte o scalfito il loro impatto politico. È infatti molto più facile credere che gli ambienti popolari chiedano più fermezza verso i «delinquenti», le «famiglie monoparentali» o gli «immigrati», che rappresentarsi le competizioni in cui sono impegnati quotidianamente.
Eppure sono queste competitività - sul mercato del lavoro non qualificato, delle case popolari, degli assegni familiari - in un contesto di precarietà generalizzata, che permettono di capire le tensioni che vengono verbalizzate in forme «razziste» o «securitarie». Da qui, le diverse misure che rafforzano lo spettro degli interventi polizieschi, giudiziari o moralistici.
[…]
Tensioni e disordini derivano direttamente dalle contraddizioni inscritte nel cuore stesso dei modelli di sviluppo che sono stati scelti da una trentina d’anni. Contraddizioni nelle quali gli sforzi degli uni per assicurare l’ordine sono distrutti dall’organizzazione del disordine delle esistenze voluto da altri. Insicurezza fisica e insicurezza esistenziale sono indissolubili. In altri termini, è a partire da una riflessione sulle nuove condizioni di esistenza delle classi popolari, che ci si può dare i mezzi per instaurare un ordine sociale più armonioso e non evocando lo spettro della perdita di autorità, vecchia figura imposta dalla retorica conservatrice.

(Laurent Bonelli, “Le «classi pericolose» messe in riga”, Le monde diplomatique, marzo 2008, p. 18)

2 commenti 28 Aprile 2008, 00:05 catalepton


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