Le fiabe di Iaco

Iaco, Senza titolo (2007)

L’ex libreria Cocco è ora il Carhartt Square: chi è passato di lì la sera del 24 aprile ha assistito al vernissage - live painting di Iaco (Ilaria Gorgoni). Ecco le locandine: 1 2.

Il live painting e l’allestimento sono documentati anche sul MySpace di Iaco.  Non mi dispiace la tecnica mista di calligrafismi drammatici, action painting e dripping (in pratica Schiele+Pollock).

Peccato che Iaco non abbia pubblicato qualche foto del suo vero capolavoro, le magliette: non quelle da uomo - che strizzano troppo l’occhio allo skater-style - ma la crudele serie fiabesco-splatter vagamente retro (per intenderci, à la Tenniel). Se t’accontenti di un parziale succedaneo, ecco variazioni sui temi di Alice in Wonderland e De røde sko

Vagabontu

Fanfare Vagabontu (Arles, 10 aprile 2009)

Arles, 10 aprile 2009. È la feria de Pâques. La Fanfare Vagabontu è in scena davanti a Saint Trophime, poi in Place du forum sfila tra i tavolini dove si pasteggia a paella e daube de taureau. Il repertorio è fitto di čoček alla Bregović.

Ti senti in un posto imprecisato tra Pirenei e Balcani. Poi capisci: è solo la prova generale per il pellegrinaggio gitano a Saintes-Maries-de-la-Mer.

La Fanfare Vagabontu, “Fanfare Tzigane de Moldavie” (ma il solista appartiene alla comunità Rom di Marsiglia), ha pubblicato il suo primo CD - vedi un po’ su vagabontu.org e su MySpace. Su YouTube solo pessimi video, ma c’è anche una specie di retroversione di Bella ciao.


“Razza?” “Umana”

Ellis Island, 1921: l'arrivo in USA di Einstein (dettaglio dalla lista dei passeggeri della Rotterdam)

“Einstein, quando cercò rifugio in America, dovette compilare un modulo. Alla voce: razza? rispose: umana.”

In una forma o nell’altra, questo aneddoto compare un po’ dappertutto - nei libri di storia, sulla stampa (cito infatti da un articolo di Enzo Biagi del 1992).

Wikiquote ne riporta una versione più raffinata:

Io appartengo all’unica razza che conosco, quella umana.

e spiega che

Quando nel 1933 sbarcò negli Stati Uniti per trasferirvisi definitivamente, [Enstein] rispose così in un modulo da compilare datogli dai funzionari portuali di New York, che chiedeva a quale razza appartenesse.

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Er mejo der Colosseo

Rufus Barbarae feles est

Rufus Barbarae feles est; apud Colosseum vagus vivebat, cum multis aliis felibus.

(da Sergio Nicola - Franca Nicco, Latinamente. Lingua e civiltà, Petrini, [Novara], 2008, p. 185)

D’accordo: per semplificazione didattica possiamo lasciar perdere la dubbia corrispondenza di feles con “gatto” e la dubbia presenza di gatti nella Roma imperiale.

Ma l’associazione tra gatti randagi e Colosseo è anacronistica: quella colonia felina sarà pur secolare, ma - immagino - solo da quando Roma è andata in rovina. Mica mangiavano trippa di gladiatore.

[La citazione del titolo è dagli Aristogatti; ma nell'originale "Romeo, er mejo der Colosseo" era "Thomas O'Malley, the alley cat", e parlava con spiccato accento irish.]

Metafore

Il PD usa l’arma della metafora…

(dal GR2 del 7 marzo 2009, h. 7.30)

Sì, metametafora non nuova (neanche in francese) - ma ottimo esempio del gusto tutto giornalistico per le metafore incongrue.

Evita per favore le battute sulla rivoluzione armata ai tempi del PD, e considera invece queste citazioni:

“A questo punto la rete è tesa,” spiegava Belbo, “e gli APS vi cadono a grappoli, se in una
rete si cade a grappoli, ma la metafora incongrua è tipica degli autori della Manuzio e ne ho
preso il vezzo, mi scusi.”

(Umberto Eco, Il pendolo di Foucault, Bompiani, Milano, 1988, p. 198)

Guardati dalle metafore troppo ardite: sono come piume tra le scaglie di un serpente.
Non usare metafore incongrue anche se ti sembrano “cantare”: sono come un cigno che deraglia.

(Umberto Eco, La bustina di Minerva, Bompiani, Milano, 1999, p. 309; anche qui, con link all’originale inglese)

*     *     *

Molotov man (2006) è di Shepard Fairey (da TheGiant.org, ma vedi ovviamente anche obeygiant.com).

Guardate bene, sardi

Bruno Tognolini

Noi siamo piccoli, noi siamo sardi
Piccoli uomini che fanno lunghi sguardi
Passano i secoli, con piccoli passi
Noi siamo piccoli però non siamo bassi
Non siamo bassi perché in cuore siamo scalzi
Non ci mettiamo né tacchi né rialzi
Noi stiamo zitti
Guardiamo il mare
Secoli fitti che si vedono arrivare

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Otto di centouno

Poesie di Cajo Valerio Catullo ... volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini, Pisa 1815 (frontespizio)

Ho finalmente sotto gli occhi, dalla Biblioteca Malatestiana per impagabile intercessione di Chaim, queste Poesie di Cajo Valerio Catullo veronese scelte e purgate, volgarizzate dal cavalier Tommaso Puccini di Pistoja, Pisa, con i caratteri dei fratelli Amoretti, MDCCCXV.

Dunque non era Giacomo, ma Tommaso Puccini (1749-1811), direttore delle Gallerie fiorentine, sovrintendente alle Belle Arti e direttore dell’Accademia di Belle Arti di Firenze. L’edizione, postuma, è curata dal fratello Giuseppe Puccini e dedicata a Ferdinando III di Toscana.

Anche questo, come quelli dell’abate Pastore e dell’abate Rigord, è un Catullo “scelto e purgato”: e che purga! Puccini salva 8o carmi. Un primo livello di censura riguarda direttamente il testo latino (che Puccini riporta in calce), analogamente a quanto Giovanni Sega notava per l’edizione castigata di L. Portelli: per fare un solo esempio, il fellat del carme 59 diventa fallat. Sarebbe davvero interessante uno studio comparativo dei criteri censori: prendendo come specimen il carme 5, Pastore taglia, Rigord traspone, Puccini omette. Ma… mentre Puccini trova i basia di Catullo e Lesbia tanto scandalosi da doverli passare sotto silenzio, non ha difficoltà a parlare di “ano” traducendo il carme 23 (p. 38, v. 27 della traduzione), o di “orina” traducendo il carme 39 (p. 59, v. 28 della traduzione). Si tratta insomma di una censura sessuofobica sino alla paranoia ma serena di fronte ai riferimenti escretori e scatologici.

Ho già riportato (correggendomi) la traduzione pucciniana del carme 85. Continuo dunque ad accumulare materiali, rimandando a migliori occasioni un discorso articolato sull’analisi contrastiva di traduzioni. Per ora aggiungo un tassello al Progetto Centouno:

D’uno in un altro pelago,
d’uno in un altro regno
le tue lugubri esequie
a celebrar io vegno;

a te, o fratel, vo’ rendere
quest’ultimo tributo,
e invan la lingua sciogliere
col tuo cenere muto.

Poiché la sorte rigida
privar di te mi volse,
ahi come a torto, ahi misero
fratello, a me ti tolse!

Quei don, che già soleano
ai Mani offrir de’ suoi
i padri nostri, al tumulo
io gli offro, e ai Mani tuoi.

Non sdegnar questi accogliere
gravi del pianto mio:
addio, fratel, perpetua
abbiti pace, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Tommaso Puccini, in Poesie di Cajo Valerio Catullo, cit., pp. 210-211)

La nave di Fritz

Commemoro a modo mio, con un bell’esempio di “carta mentale” (mental map: non “mappa mentale”, che è mind map). Traduco alla meglio, adattando un po’, da StrangeMaps:

Nel 1938, la Germania non era il posto più salubre per un ebreo. Mentre alcuni ebrei tedeschi volevano ancora sperare che l’antisemitismo nazista sarebbe, in un modo o nell’altro, passato, chi aveva i mezzi per abbandonare il paese lo fece. Lo fece anche la famiglia Freudenheim, e riuscì a lasciare Berlino per Montevideo.

Il piccolo Fritz, allora undicenne, documentò la loro traumatica odissea in una carta dai colori accesi, allegramente intitolata Von der alten Heimat zu der neuen Heimat! (”Dalla vecchia patria alla nuova patria!”). Fritz documenta gli spostamenti della famiglia Freudenheim a partire dal 1925, prima ancora della sua nascita. L’Africa, in cui la loro nave fece un solo scalo, è rappresentata come relativamente piccola, mentre l’America del Sud è meglio definita (sono raffigurati tutti gli stati) ma staccata dall’America del Nord. Tra gli stati europei, la Germania appare come il più grande; i treni usati dalla famiglia Freudenheim sarebbero più tardi serviti per trasporti ben più sinistri.
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Sette di centouno

Giuseppe Pietro Mazzola, Giuseppe Parini, 1793, pastello su carta

Questa mi era proprio sfuggita, e va a rimpolpare il Progetto Centouno fermo da più di un anno:

Per molte genti e molti mar condotto,
o mio germano, finalmente io sono
a quest’esequie miserande addotto,
per far l’ultimo a te funebre dono.

E poiché te medesmo a me non buono
destino ahi tolse, e ‘l tuo bel stame ha rotto
indegnamente, oimè, vo’ dir qui prono
su la tacita polve un vano motto.

Questi doni però tu accogli intanto,
che ne’ funebri sacrificii offrio
de’ maggiori il costume antico e santo.

Questi accogli pur tu; ch’assai del mio
sono grondanti ancor fraterno pianto;
e addio per sempre, o mio germano, addio.

(Catullo, carme 101, traduzione di Giuseppe Parini [1729-1799], da Opere di Giuseppe Parini pubblicate e illustrate da Francesco Reina, Stamperia del Genio Tipografico, Milano, 1802, vol. III, p. 189)

La traduzione era già comparsa come componimento XXXVI in Alcune poesie di Ripano Eupilino (1752); ma la ristampa del 1802 fu sotto gli occhi di Foscolo che si accingeva a Un dì, s’io non andrò sempre fuggendo e ne diede un giudizio poco lusinghiero (”tentata in un sonetto dal Parini non con l’usata felicità”).

Bisogno di Dio

Siamo tornati all’Ottocento. Stiamo assistendo alla rinascita dell’anticlericalismo e dell’ateismo, ma non credo che la colpa sia né degli anticlericali né degli atei.

(Umberto Eco)

E in effetti questo ateismo di ritorno, per intenderci l’ateismo à la Odifreddi, ha molto dell’ingenua critica “positivista” alle “antinomie della Bibbia”. Pensavo fosse roba da opuscoletti anarchici, invece pare sia rimasta di moda…

Ciò non toglie che l’Atheist Bus Campaign - che dopo Londra Barcellona Washington l’UAAR ha sperato di importare a Genova - sia cosa meno futile di quanto possa sembrare (vedi ad esempio Qualche riflessione sull’avvio della campagna ateobus UAAR), e più vicina alla serietà di un ateismo “dialettico”, di un anticlericalismo “politico”.

E come al solito cito:

Una tal razza d’idiota

Quelli dell’UAAR avrebbero voluto scrivere sugli autobus genovesi: “La cattiva notizia è che Dio non esiste. Quella buona è che non ne hai bisogno”. Prevedibilmente, la cosa non è stata loro concessa. Intanto il tempestivo Volontè ha dichiarato urbi et orbi che quella dell’UAAR è pubblicità ingannevole, ed ha aggiunto: “Dio è speranza. Mi chiedo come sia possibile, specie di questi tempi, farne a meno”.
“La più vergognosa offesa che si possa fare a Dio - scriveva Kierkegaard negli opuscoli de L’Ora - è quella di cui la Cristianità si rende colpevole: di tramutar Dio, il Dio dello spirito, in una ridicola ciancia; e la forma più antispirituale dell’adorazione di una pietra, di un bue, di un insetto, più antispirituale di tutto ciò che è possibile come antispiritualità, è proprio questo: adorare come Dio una tal razza d’idiota”.
Quelli dell’UAAR dicono che Dio non c’è, Luca Volontè dice che c’è, e che ci serve, soprattutto di questi tempi. Per Volontè, Dio è una specie di antidepressivo da mandar giù nei giorni difficili, un cordiale buono per tirarsi su d’umore, un vinello leggero da bere prima dei pasti. Un prodotto di consumo. Un idiota, direbbe Kierkegaard.
Ora, che Luca Volontè si figuri Dio come un idiota, non sorprende. Il problema è che a figurarsi Dio come un idiota sembrano essere in tanti. Non mi pare che nessuno abbia notato che non avere bisogno di Dio è la condizione di una fede autentica.

(Antonio Vigilante su minimokarma)

Sans journaux et sans météo

Toi et moi

Ce matin, trois mille licenciés, grève des Sapeurs Pompiers
Embouteillages et pollution pour Paris agglomération
Ce matin, l’Abbé Pierre est mort, on l’enterre sur TF1
Deux clochards retrouvés morts près du canal St Martin
Ce matin, le CAC va de l’avant, deux soldats de moins pour l’occident
Dix civils de tués à Bagdad dans les bras sanglants du Djihad

Toi et moi dans tout ça, on n’apparaît pas, on se contente d’être là
On s’aime et puis voilà on s’aime

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Στέργε τὰ νῦν

La navicula Bacchi di Egon Gottwein è una vera miniera (non l’ho scoperta io: vedi per esempio Luciano Favini, “Internet per i lirici greci”, in Papers of Perugia Convention 06.26.2006. Greek and Latin in the Digital Era, pp. 5-6). Tra le altre preziosità, trascelgo questa traduzione che ben riproduce l’asclepiadeo quinto di Hor. Carm. I 11:

Frag nicht, Leuconoe, - wissen ist Fluch - was Götter mir, was dir
ausersehen an Zeit. Frage auch nicht Babylons weisen Rat,
vielbedeutende Zahl. Besser ist’s doch dulden, was kommen mag!
Ob dir Jupiter gibt Winter noch mehr oder als letzten, der
Jetzt mit trotzendem Fels, schützender Wehr, bricht des Tyrrhenums Sturm:
Sei du weise und klug, kläre den Wein, kürze die Sehnsucht ein,
auf ein sinnvolles Maß. Flüchtige Zeit neidet uns weiter noch
Worte. Sieh, welch ein Tag! Wähne doch nicht morgigen Tages Last!

(traduzione di un altrimenti ignoto Bernhard Zapp, cit. da Egon Gottwein in navicula Bacchi)

Ma il vero gioiello è questa pseudo-retroversione in greco:

Μὴ σὺ δίζεο (μὴ γὰρ θέμις ᾖ), σοὶ τίν’, ἐμοί τινα
Αἶσα νῆσε μόρον, Λευκονόη, μὴ Βαβυλωνίων
πειρῶ δ’ ἀστρολόγων· ὅττι κεν ᾖ, λωΐτερον παθεῖν,
χειμῶνας πλέονας δῶσι θεοί, ἠὲ πανύστατον,
ὅς τε νῦν κλονέει πρὸς σκοπελοῖς ὀκριόεσσ’ ἅλα
Τυρρηνῶν· φρονέουσ’ οἰνοχόει· μηδὲ βραχεῖ βίῳ
μακρά γ’ ἔλπε’· ἐν ᾧ γαρύομεν, πρὸ φθονερὸς φύγῃ
αἰών· στέργε τὰ νῦν, τοῖς ὀπίσω μὴ πισύνη ποτέ.

(traduzione anonima, da Franz Joseph Göller [a cura di], Metaphraseis. Sammlung von Übersetzungen ins Griechische, Bachem, Köln, 1825, p. 59)

È fin troppo ovvio che anche questi materiali finiranno nella collezione di “traduzioni contrastive” - sed de hoc alias viderimus.

Mutefish

I Mutefish a Galway (agosto 2008)

Forse i Mutefish non volevano lasciare traccia di sé sulla Rete (benché non manchi documentazione del loro busking a Galway e Dublino grazie ai rozzi filmati dei turisti: per esempio 1 2 3), ma anche loro hanno ceduto alle tentazioni di MySpace.

Sono polacchi e sono Václav (chitarra), Boguś (mandolino) e Marka (cajón). Il CD autoprodotto (10 €, forse riesci a fartelo mandare scrivendo a nonstopmutefishdance (at) gmail.com) ha un titolo che proprio non riesco a tradurre - Żeby to było spoko - e contiene 7 pezzi  strumentali di varia ispirazione e dai titoli poliglotti:

  1. Sláinte (è gaelico, si sa)
  2. Szalona Muzyka (”Musica per sala da ballo”, è polacco)
  3. Выходила на берег КатюшаKatjuša, ma in combo con Bella ciao)
  4. La nostra canzone
  5. Borůvkový květ (”Fior di mirtillo”, è ceco)
  6. Casi español
  7. Don’t worry (be happy)

Da Platone a Da Ponte

Virgilio Lazzari, celebre Leporello degli anni '30

Mi lascio intrigare da Antonia Piva, “Madamina il catalogo è questo. Il testo al centro: Mozart, Plauto, Ovidio”, in Ead., L’adozione rovesciata. Pedagogia e didattica dei classici, Osanna, Venosa, 2008, pp. 69-99, contamino con Michael von Albrecht, Fortuna europea de Lucrecio, “Cuadernos de Filología Clásica. Estudios latinos”, 20, 2, 2002, pp. 340-344, cerco aiuto in Robert Duncan Brown, Lucretius on Love and Sex: A Commentary on De Rerum Natura IV, 1030-1287, Brill, Leiden, 1987, specialmente le pp. 128 ss. e 280 ss.

Altre cosine - tra cui il commento di A. S. Hollis all’Ars amatoria di Ovidio (Oxford 1977) e altre di cui dico infra - non le ho potute vedere. Ma ce n’è già abbastanza.

Ancora una premessa: sarà poco più che un’accozzaglia di testi - molti testi. Ma un’accozzaglia che parla da sola.

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Wind ist der Welle lieblicher Buhler

Die Welle, il film di Dennis Gansel, ha suscitato in Italia qualche vaga reazione, dopo la presentazione al Torino Film Festival (anche se buona parte di chi ne ha scritto confonde “autocrazia” con “autarchia”); e non mi metto a fare il recensore, visto che ci hanno già pensato altri (cito solo Silvana Fiori per Linutile e Giovanni De Luna per Tuttolibri).

In Germania l’hanno proiettato in tutte le scuole. In Italia non è ancora uscito: non è un “film di Natale”? In Spagna La ola era nelle sale da novembre e il 25 dicembre c’era ancora.

Nella speranza di vederlo presto anche da noi, mi limito a segnalare il trailer tedesco e quello spagnolo, e il sito ufficiale con materiali didattici (chissà se il modulo d’ordine di copie gratuite ad uso didattico vale anche per l’Italia).